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martedì 8 marzo 2022

Parasite in love ( manga di 3 volumi)

Questo manga di genere seinen, rivolto ad un pubblico maturo, mi catturava per la particolarità della trama e il fascino dei disegni. 
Ispirato ad un romanzo, che è stato poi reinventato e trasposto sottoforma di manga. 
Devo dire che mi è piaciuto molto, anche se, con degli alti e bassi. 
Il primo volume è molto bello, a livello di storytelling. Ho amato l'accurata introspezione dei protagonisti nel rivelare le loro manie e fobie, coordinate perfettamente con le immagini.
È un manga eccezionale, disegnato molto bene, con una grande cura dei dettagli.
Tuttavia, il secondo volume si perde un po' in nozionismi scientifici di biologia, che mi hanno particolarmente annoiato e reso la lettura faticosa. 
Poi, avrei preferito che ci si soffermasse più sulle fobie e manie dei protagonisti che, magari, insieme riuscissero a trovare la forza e la determinazione per risolverle, e invece, si vira su altro, perdendo di vista altri interessanti spunti, che potevano essere approfonditi, ma l' occasione è persa. 
Si è voluta virare sul fatto che,  l' amore dei due protagonisti, sia determinato da una forma particolare di parassita, anche questo è un punto interessante, ma viene portato un po' all' esasperazione. 
Tuttavia, con il terzo volume la storia si riprende, soddisfacendo le mie aspettative.

venerdì 14 gennaio 2022

Il bar sotto il mare di Stefano Benni

Surreale e no sense, questo libro mi ha lasciato un grande mah e vuoto siderale. Alcuni strascichi di storie sono anche carine e strappano un sorriso, ma altre non le ho veramente capite e mi hanno annoiato tantissimo. Avevo letto di questo autore "la grammatica di Dio" una raccolta di racconti di gran lunga molto più piacevole e sarcastica, questa invece mi appare patetica e scialba, con poche idee nel calderone, come se lo scrittore stesso si sia forzato di cavare a forza delle storie, ma anche lui senza troppo interesse e convinzione.

(Per la serie quando il mio ragazzo sceglie un libro in libreria e poi tocca a me leggerlo).

sabato 8 gennaio 2022

L' uomo in bilico di Saul Below

Joseph aspetta la chiamata alle armi, ma questa chiamata per ragioni burocratiche tarda ad arrivare. Se in un primo momento, il protagonista è compiaciuto della sua libertà e salvezza, a lungo andare se ne stufa.
La storia scritta da Saul Below è sottoforma di diario, Joseph narra in prima persona, i sei mesi di attesa, che diventano sempre più insostenibili, come un incubo ad occhi aperti o una condanna dell' esistenza, quella di stare sotto le sue quattro e confortevoli quattro mura; a vedere la sua vita scorrere e susseguirsi in giorni quasi sempre tutti uguali, nella sua piena e piatta calma, piuttosto che andare in guerra. 
Su alcuni punti questo stato di attesa e immobilità mi ha ricordato "il deserto dei tartari"di Dino Buzzati, ma non raggiunge mai quei livelli di riflessione così elevati, e più avanti mi ha fatto pensare al senso di inadeguatezza e inettitudine riscontrati nella "coscienza di Zeno"di Italo Svevo, ma anche qui non tocca l' apice di quella corposa introspezione psicologica. 
Appare come la sintesi di entrambi i due romanzi, almeno di quei due concetti di alienazione e inabilità all' esistenza, e al disadattamento alle regole sociali, ma senza assorbirli ed esaurirli del tutto. 
Nel complesso, mi è piaciuto molto, è stato una vera rivelazione, non conoscevo questo scrittore, e ho colto anche degli aspetti originali e sarcastici interessanti. 
Mi è piaciuto tanto il tu per tu con la propria coscienza, quelle conversazioni intime con il proprio io. E dopotutto, non siamo tutti un po' come il protagonista: Quando andiamo a lavorare detestiamo il nostro lavoro, e quando finalmente abbiamo le opportunità di lasciarlo per un motivo o per un altro, alla fine, se all' inizio la situazione ci gusta, ci piace, riteniamo di esserci riappropriati della nostra libertà di fare ciò che più ci piace, più avanti invece, questa libertà ci mette a tu per tu con la nostra interiorità e comincia a starci sempre più stretta.
Tutto quello che un tempo facevamo con piacere,  finisce per tediarci,si transforma in routine e monotonia. Avvertiamo necessariamente il bisogno di svolgere il nostro dovere sociale, e in questo caso il protagonista giunge persino alla decisione, di preferire, anelare di andare in guerra, piuttosto che restare immobile e ciondolante, senza uno scopo preciso, dentro la sicurezza della propria casa. Mentre, altri ne sono terrorizzati e si rifiutano ad andare sotto le armi , accampando scuse, il protagonista suo malgrado, con l' acqua alla gola, sfinito dalla sua stessa libertà, si rimette felicemente all' obbligo dell' irreggimentazione, al paternalismo e al regolamento, finalmente, liberato da sé stesso, dal dover convivere così a tu per tu, con la propria interiorità.

domenica 26 dicembre 2021

Voglio il tempo indeterminato di Mariachiara Scotti

Questo libro offre contenuti e riflessioni interessanti sul mondo del lavoro, è facile in qualche modo rivedersi nella protagonista della storia, anche se in certi momenti è risultata anche un po' superficiale e odiosa in alcuni frangenti. Comunque, una lettura diversa che sensibilizza e avvicina il lettore a tematiche come lavoro e gravidanza spesso due cose incompatibili, per una donna.

giovedì 23 dicembre 2021

Il dipendente di Giuseppe Passeri

Un libro ben riuscito che parla con sarcasmo tagliente del mondo del lavoro in Italia, della pensione sempre più lontana dopo la legge Fornero,  ma sul finale il libro ha preso una piega da lieto fine forzato poco convincente, molto raffazzonato. Tuttavia, come lettura gratuita su Amazon Kindle è stata una buona e valida lettura che delinea un ritratto realistico e veritiero sulle dinamiche lavorative fra colleghi e i meccanismi malati  e tossici portati avanti dai datori di lavoro e gestori di grandi aziende.

sabato 18 dicembre 2021

Il fantasma del lettore passato di Desy Icardi.

Una breve lettura di natale piacevole, con i personaggi "dell'annusatrice di libri" suo precedente romanzo, con una mole di pagine molto più lunga. Tuttavia, ben speravo in qualcosina di più, per esempio, in una storia d'amore nella terza età fra l' avvocato Ferro e la zia di Adelina. 
Desy Icardi resta per me una garanzia nel novero delle letture gratuite su Amazon Kindle, mi piacciono sempre i suoi tributi ai libri, in questo caso "il canto di Natale" di Charles Dickens è il libro più volte citato. Inoltre, ci strappa un sorriso e ci intenerisce con i suoi personaggi appassionati lettori, su cui possiamo rispecchiarci. 

venerdì 17 dicembre 2021

Pomodori verdi fritti al caffè di Whistle stop di Fannie Flagg.

È un romanzo americano cult, mentirei se non dicessi che mi aspettavo una prosa più accurata, meno scazzottata, ma credo che sia volutamente scritto così, è una narrazione corale spedita, che raccoglie le vicende di svariati personaggi frequentatori e gestori del caffé di Whistle stop, in Alabama. È una scrittura ariosa, priva di dettagli e descrizioni, ci si sofferma solo alla narrazione delle vicende per raccontare gli anni 60, il periodo della grande depressione e gli inizi degli anni 90. Ci sono continui salti temporali e rimandi saltallenanti di personaggi differenti in ogni capitolo, e se da una parte lo rende una lettura fluida e stimolante, dall' altra purtroppo raccoglie la pecca di essere troppo caotico e dispersivo. Non ci viene dato il tempo di empatizzare con i personaggi, se non con quelli principali, gli altri fanno solo da sfondo confondendosi con altri innumerevoli nomi. Di sicuro, non sono i personaggi realmente i veri protagonisti della vicenda, ma il caffè di Whistle stop entro cui si svolgono molte delle vicende narrate, e i pomodori verdi fritti preparati in quel caffè, che erano appunto la ricetta di Sypsey una donna di colore; infatti, il tema principale e cardine del romanzo è il razzismo, quando in America vigevano le leggi razziali e non si poteva servire nei locali ai neri. Poi si parla di differenza di genere, della relazione sentimentale fra due donne, Ruth ed Idgie, solo che ho trovato poco veritiera la tolleranza riscontrata da tutti, verso la loro relazione, soprattutto in quegli anni. 
Mi è sembrato come se l' autrice volesse racchiudere in un libro diverse tematiche, ma che poi a conti fatti, non sia riuscita a focalizzarsi effettivamente su nessuno. Tuttavia, mi è piaciuta la leggerezza di questo libro, l' ironia tagliente di cui l' autrice si arma parlando di maschilismo e femminismo, senza però scadere nella superficialità. Inoltre, è un libro che sfortunatamente appare ancora attuale, sono passati gli anni, eppure certe dinamiche e pregiudizi restano ancora gli stessi. 

venerdì 24 settembre 2021

Il deserto dei Tartari di Dino Buzzati


In questo romanzo non accade nulla di preciso: Giovanni Drogo, un sottotenente viene condotto alla fortezza Bastiani per sorvegliarla e proteggerla da eventuali nemici, tuttavia, questa guerra tanto bramata sembra sempre sul punto di avvenire, eppure non si presenta mai, se non quando è troppo tardi. 

Questo romanzo mi è piaciuto tantissimo, perché è metafisico, tutte le volte che Dino Buzzati descriveva la fortezza mi si è impressa l' immagine di quegli spazi desolanti dei quadri famosi di De Chirico, però, ambientati su una fortezza, sopra una sconosciuta montagna dell' Italia settentrionale. 

Non sarà poi la trama a riempire le pagine del libro, ma c'è qualcosa di molto più profondo dentro, racconta dello stantio della vita, dello scorrere del tempo e delle attese spesso non ripagate dell' esistenza, di come l' orologio scorra inesorabile e non ci si possa fare niente. 

È un romanzo introspettivo e riflessivo, dal sapore amaro, ma è proprio questo il suo punto di forza. 

La bravura di Dino Buzzati sta nell' andare aldilà della trama, trasformandola solo in un' espediente esistenzialista, descrivendo  le emozioni e dinamiche astratte della vita. Riporta con maestria, per iscritto quelle sensazioni, a cui non avremo saputo dare un nome preciso: quell' incombente ansia del tempo che fugge, mentre noi restiamo in sospeso, con le nostre aspettative e ambizioni irrealizzate.

Il lettore viene trasportato su un posto immaginario e sperduto insieme a Drogo, 
o maggiormente su una dimensione impositiva della vita, in cui non accade nulla e diventiamo noi stessi prigionieri della nostra stessa esistenza, nella speranza che, qualcosa accadrà primo o poi, a distoglierci dal nostro torpore, ma del resto, in fondo, con il tempo, ci siamo anche adagiati e abituati ormai ad esso, da non saper più rispondere agli impulsi del cambiamento.

Ci si immedesima pienamente nelle vicende e situazioni di Drogo, perché benché non siamo militari, il senso delle vicende di Drogo appartengono a tutti noi: Quella sensazione in cui la nostra vita appare ferma e tutto resta stantio, monotono e immutato, eppure, quel severo orologio continuerà a girare, a scandire le ore, senza risparmiarci affatto; mentre noi attendiamo la nostra occasione che, tarderà ad arrivare, e quando si presenterà, semmai accadrà, ci coglierà del tutto impreparati, così da ritrovarci ormai troppo vecchi e stanchi,  da poter essere all' altezza di essa. 

Cosa altro posso dire? Se volete leggere un libro italiano del novecento particolare che lasci il segno, questo sarà un libro che farà al caso vostro!

domenica 8 settembre 2019

La musa del dipartimento di Honoré de Balzac

Un libro poco conosciuto, di Honoré de Balzac, che rispetto a classici come "Anna Karenina", "Madame Bovary" e "l'amante di lady Chatterley"  tratta il tema dell'adulterio in un modo unico e differente, da questi acclamati capolavori poc'anzi citati.  

Honoré de Balzac è distaccato e retorico, potremo dire che non c'è empatia tra lui e i suoi personaggi. Un difetto o una peculiarità del suo modo di scrivere? Io direi, che la freddezza e il distacco tra narratore e i personaggi sia voluto e ricercato. 

Lo scrittore guarda i personaggi dal di fuori, li analizza, ma senza cogliere tutte le loro sfumature di azione e pensiero, non è un narratore onnisciente,si tiene sempre a debita distanza dai protagonisti, cogliendo solo quei particolari manieristici, calcolatori e doppiogiochisti. 

Balzac si prende gioco dei suoi personaggi, e i loro sentimenti romantici appaiono frivoli e superficiali, come in  una commedia teatrale da mettere in scena, fino a che convenga ad entrambi le parti. 
I sacrifici della protagonista, per il suo adorato amante, anche questi vengono trattati come qualcosa di artificioso e costruito, dato forse da un bisogno compensativo e psicologico della protagonista. 

Una necessità drammatica e teatrale della donna, di nutrire il suo spirito materno e da crocerossina verso il proprio amante.

Se da una parte, ho trovato la lettura veramente molto povera di sentimentalismo, molto più cruda e amara, come un continuo e repentino burlarsi di Balzac dei sentimenti umani, dall' altra ho apprezzato questo distacco, questo suo modo di vedere le cose dal di fuori, sarà che ho letto tanti romanzi che fanno tutto il contrario, da considerare originale e anticonvenzionale, questo stile farsesco e retorico di Balzac. È come se fossero solo i personaggi di una commedia teatrale, che mettono in scena diverse maschere, come più si conviene o più convenga a loro, la cosiddetta "Commedia Umana" ricorrente in Balzac, che in qualche modo richiama un po' vagamente il concetto Pirandelliano dell' "Uno, nessuno e centomila", ma in maniera meno spiccata e forte.


Intrinseco il pensiero Machiavellico "il fine giustifica i mezzi".

 E sulla conclusione del romanzo, ci sarebbe anche molto da discutere, dato che è un finale condito di sarcasmo e lascia anche qualche  spazio aperto, con un bel punto interrogativo, ma è voluto e ricercato questo margine di incertezza, a libera interpretazione o come nei migliori tradimenti, madre certa, be' sulla paternità non possiamo dire la stessa medesima cosa. 

Credo, che sia quello il messaggio, imbastito da Balzac volendo lasciare al narratore l' incertezza sull'identità del citato "procuratore generale", che recita  quelle fatidiche parole conclusive dell' intero romanzo, da cui si intuisce tutto e niente, ma una cosa è certa, un' adultera, resta sempre un' adultera.

Questo romanzo tuttavia, segna una rottura con tutte le regole sociali, sovverte l' ordine precostituito secondo cui un' adultera è condannata ad essere emarginata dalla società.

 Balzac sovverte il bigottismo e le regole della società, facendo si che l' adultera torni ad essere moglie, e a riacquistare la sua rispettabilità nella società, nonostante tutto, e forse pur mantenendo il suo ruolo di adultera, purché tutto avvenga lontano dagli occhi indiscreti?! 

Devo dire che come libro sconosciuto, è stata una rivelazione, ma se devo essere del tutto onesta è stato difficile in alcuni punti star dietro a Balzac, dato che il suo modo di scrivere è molto prolisso e carico di figure retoriche.

Ovviamente, il suo tono retorico e da commediante, richiede anche forse una conoscenza maggiore degli usi e i costumi dell'epoca in Francia, agli inizi dell'ottocento, e non avendo tali conoscenze, si può venir assorbiti passivamente da questo genere di lettura, senza riuscire a catapultarsi del tutto dentro.

Una cosa che sicuramente ho trovato interessante è stata la cura di Balzac  nella rappresentazione dei costumi sociali, il paragone sulla donna parigina e la provinciale, e ovviamente, per l' originalità del finale.  

Dinah è tanto superiore come donna da sovvertire tutte le regole sociali!  Un' idea di emancipazione femminile del tutto inaspettata,  in cui Balzac fa risuonare così forte l' intelletto e le qualità di Dinah come donna moderna,reclusa  in una società ancora troppo antiquata, bigotta e maschilista, ma da cui riesce ad uscirne vincitrice, o comunque salva dall' emarginazione sociale, ma dovendo, ovviamente, giungere ad un macchinoso compromesso, ritornare al ruolo di moglie così come si conviene. 

Tuttavia, senza troppi pesi sul cuore e sulla coscienza, Dinah come tutti gli altri personaggi è una calcolatrice nata,tanto quanto il marito e l'amante. 

Il saper dosare e soppesare le proprie passioni diventa un'abilità, per non soccombere dinnanzi i giudizi e le meschinità della società di quel tempo.





martedì 26 marzo 2019

Il mondo deve sapere di Michela Murgia

Questo è il primo libro scritto da  Michela Murgia e narra della sua traumatica e tragicomica esperienza nel call center della Kirby, un aspirapolvere di produzione  americana accerima nemica del folletto.
In realtà inizialmente Michela Murgia teneva un blog in forma anonima in cui parlava e denunciava la Kirby per come trattava i suoi dipendenti, la pressione psicologica alla quale venivano sottoposti, e dal blog poi ne è stato tratto questo libro.
Motivo per cui non è una vera e propria narrazione, ma più un libro che si focalizza sulle dinamiche del lavoro come centralinista, riportando con sarcasmo e ironia tutto quello che effettivamente accadeva dentro al call center. E se da una parte il libro ci strappa tante risate, dall' altro se ripensiamo alla sua prefazione che parla della situazione italiana sul mondo del lavoro, ci accorgiamo che purtroppo quello che ci narra questo libro rappresenta una storia vera, una realtà sempre più preponderante nel nostro paese e la risata da allegra diventa amara se ci riflettiamo fino in fondo.
Un libro che con ironia e sarcasmo apre le coscienze, solo se vogliamo ovviamente aprirle fino in fondo.  Mi è piaciuto davvero tanto, perché è un libro davvero intelligente, le critiche, le osservazioni e le battute di Michela Murgia sono quasi sempre sensate e geniali, e ha questo suo modo particolare di giocare con le parole che diverte e ti tiene incollata al libro.
Mentre per quanto riguarda il film "Tutta la vita davanti" di Virzì, film che vuole essere una rivisitazione di questo libro, è tutta un'altra cosa, rappresentano certamente sempre uno specchio della stessa realtà, ma con un tono del tutto diverso.  Il tono del film è più serioso e drammatico, e per certi versi risulta anche meno efficace nel suo scopo, nella sua riflessione rispetto al libro della Murgia. Appare come il solito film trito e ritrito sulla condizione italiana di precariato dei giovani,senza dire nulla di nuovo, che non sia stato già detto in un milione di altri film del genere. Scontato, fastidioso, ripetitivo, inconcludente e insensato sul finale.  Unica nota positiva il film mi ha portato a indagare affondo e a scoprire il libro, che non gode di molta notorietà.  Sicuramente apprezzo comunque i film che trattino certe tematiche, rispetto a film italiani di cui potremo veramente fare a meno come le commedie stupide e i cine-panettoni, ciò che mi dispiace che non sia riesca ad aggiungere niente di nuovo in questi film, niente che non sia stato già detto fino alla nausea. Insomma non lasciano il segno, non hanno un tratto distintivo, rimangono tutti anonimi e piatti. Persino con la protagonista non c'è immedesimazione, rimane un personaggio lontano e distante da noi, nonostante dovesse invece rispecchiare innumerevoli giovani italiani senza lavoro e che per disperazione si buttano a lavorare dentro ai call center.

mercoledì 12 settembre 2018

La ragazza del convenience store di Sayaka Murata

Keiko Furukawa è una trentenne che lavora part-time in un kombini ( un minimarket in cui vendono svariati cibi pronti, dal sushi  ad altre leccornie giapponesi). A quell'età tutti si aspettano che lei si sposi, sforni dei bambini o altrimenti che faccia carriera. Questo libro è molto carino, frizzante e ironico, mette in luce quello che spesso celatamente la società ci impone. Ovviamente il libro è molto improntato sulla società giapponese molto rigida e precisa, tuttavia ci sono anche dei stereotipi non così tanto differenti dai nostri.
Keiko da sempre si sente un extraterrestre, non riuscendo a conformarsi alle convenzioni sociali.
L'unico luogo nella quale riesce a sentirsi a suo perfetto agio è il kombini in cui ci sono delle regole  efficacemente prestabilite. Ma l'entrata in scena del nuovo dipendente  più strampalato di lei, porterà scompiglio nella sua vita. Questo libro è stato paragonato a "Kitchen" di Banana Yoshimoto, ora non ho letto Kitchen, ma conoscendo la Yoshimoto e il suo stile, direi che il paragone non regge.
Sono due stili completamente diversi, la Murata scrive in modo molto fluente e coinciso, con mordace ironia e leggerezza, cosa che non potrei mai dire della Yoshimoto. In questo caso il libro non è molto descrittivo, è molto più incentrato sui pensieri della protagonista e le situazioni di disagio sociale con le amiche che continuano a chiederle quando si darà una mossa a lasciare il suo lavoro da commessa part-time al Kombini, trovare un vero lavoro o a metter su famiglia.
Inoltre,si intuisce anche qualche spunto biografico dato che la scrittrice ha realmente lavorato in un Kombini, infatti  descrive minuziosamente le giornate lavorative al Kombini e tutto ciò che lo riguarda. Inoltre, la protagonista risulta particolarmente ossessionata dal Kombini in maniera quasi surreale e divertente. A me fa pensare tutt'al più allo stile leggero e scorrevole di una light novel.  A parte il finale forse un po' troppo precipitoso, devo dire che mi è piaciuto molto per l'originalità della storia e per questa efficace critica alle convenzioni sociali, senza scadere nella polemica, ma limitandosi a parlarne in maniera esilarante.
La scrittrice riesce efficacemente a descrivere le situazioni di disagio in cui le amiche e tante altre persone si sentono in dovere di dire alla protagonista cosa dovrebbe fare, quasi come a volerlo imporre nella convinzione che sia la cosa migliore, perché appunto è così che vuole che si faccia la società, e quindi si dà per scontato che sia quindi anche la cosa migliore e giusta per lei. In queste circostanze, Keiko con i suoi sotterfugi, e pensieri ci strappa più di una volta un sorriso.

domenica 19 agosto 2018

Non buttiamoci giù di Nick Hornby

Famoso per "Alta fedeltà" e "un ragazzo", Nick Hornby  è uno scrittore  dall'ironia inglese pungente, i suoi libri sono abbastanza scorrevoli e immediati, ma le storie dei propri personaggi non risultano quasi mai banali e scontate. Peccato che da "Come diventare buoni" c'è stato come un cambiamento di rotta nel suo modo di scrivere,forse mancanza di inventiva e di nuove idee. "Come diventare buoni" non sono mai riuscita a finirlo di leggere, la storia di una donna che divorzia da suo marito, non mi ha per nulla coinvolto, non capivo davvero che piega volesse prendere la storia e alla fine l'ho abbandonato per sempre, e per una come me che divora i libri è più che strano.
Non mi piace lasciare i libri a metà, mi crea una sensazione sgradevole di qualcosa di incompiuto, ma quando un libro mi risulta tanto odioso e fastidioso, non mi forzo neanche più e alla fine mi rassegno. Mi capitò di vedere " non buttiamoci giù" il film, un' americanata buonista, che si conclude con un lieto fine forzatissimo, così per curiosità ho voluto leggere il libro prestatomi dalla mia più cara amica. Sicuramente si presenta migliore del film, ma in realtà è una storia dal ritmo molto fiacco, mi aspettavo qualcosa di più accattivante, invece anche le battute ironiche sono stentate e forzate, e una tematica come quella del suicidio non è sulle corde del buon caro Nick Hornby, sembra una tematica che non gli appartiene affatto, che non conosce a livello personale, e allora perché farne un romanzo? Poi la storia non è neanche originale, ricordo di aver sentito parlare in precedenza, tanti anni fa, di un manga che trattava la stessa tematica " persone di diversa fascia d'età,di diversa astrazione sociale, con diversi vissuti e situazioni, che decidono di uccidersi e alla fine si incontrano, si riuniscono, e poi ci ripensano". Ovviamente poi le storie saranno diverse e trattate in maniera del tutto differente, ma secondo me la narrazione di Hornby non è stata molto efficace e sensata nel trattare un argomento di tale portata, mi aspettavo qualcosa di più.
Inoltre devo ammettere di aver apprezzato un po' di più il film per quanto riguarda la storia d'amore tra JJ e Jess, che ovviamente nel libro non è affatto menzionata, ma quanto meno rendeva la storia più accattivante. Non mi sento di dire che sia un pessimo libro, di libri ben peggiori ne ho letti, direi solo che era un libro con tante buone idee, ma che non sono state sviluppate nel migliore dei modi.  Carino, ma non troppo, si poteva far di meglio. Resto dell' idea che "Alta fedeltà" e "un ragazzo" restino i migliori libri che abbia scritto, a meno che non mi ricreda leggendo altri libri  poco conosciuti di quest' autore.


mercoledì 14 febbraio 2018

Speak le parole non dette

Volevo scrivere da tanto la recensione di questo libro, ma tra i tanti impegni poi non sono mai riuscita. Ci promettiamo sempre di fare delle cose, che poi puntualmente non facciamo, anche cose che ci farebbero star meglio. Questa frase coglie la vera essenza del libro, ci sono tante scomode e fastidiose  verità che quando si hanno 17 anni si vorrebbero gridare, dire, ma non le dici, le trattieni, preferisci che ti uccidano piuttosto che rivelarle agli altri. Leggendo questo libro, ripensavo all' adolescenza e alle sue insidie, questo libro le rivela tutte. C'è sempre quel ragazzo che approfitta dell' inesperienza e innocenza di una ragazza, c'è sempre il bulletto di turno, peccato che non è quasi mai uno, ma una cerchia molto ampia.
Quello che mi ha colpito più di tutto è che nonostante il libro sia drammatico si respiri anche quell' ironia e quel sarcasmo da "giovane Holden" di Salinger, in cui si evidenzia questa forte critica alla scuola americana così giocata sulla competitività e sull'apparenza. 
La protagonista vorrebbe parlare spiegare perché quel giorno alla festa chiamò la polizia, ma la bocca le resta sigillata.
Questo discorso del dire e non voler dire, mi fa pensare a tutte le cose che non sono mai riuscita a dire è che continuo a non riuscire a comunicare sia con il corpo che con la bocca.
Tante, troppe, innumerevoli.
La cosa curiosa è che la gente crede che le persone silenziose non abbiano niente da dire, mentre il problema principale è che ne abbiano troppe, e abbiamo paura di dirle alla persona sbagliata. Questo libro svela anche questa verità. Ovviamente i genitori sono sempre troppo indaffarati o presi da altro per accorgersi dei problemi dei figli. Nessuno si accorge mai di nulla, il dolore è muto, ma perforante e da lettrice mi sono irritata per l' atteggiamento dei genitori totalmente assenti,questo è il l riflesso di una realtà fredda, ceca e cruda. Quando bisogna  davvero esserci, non ci si è mai.

mercoledì 13 settembre 2017

L' angelo azzurro di Heinrich Mann

Un libro dimenticato in un polveroso e scompigliato scaffale, su una piazza della città di Palermo (Biblioteca privata Itinerante del signor Tramonte).
Questo titolo mi salta all'occhio e mi rammenta il racconto di mia madre di un vecchio film in bianco e nero con "Marlene Dietrich". Senza saperlo, inconsapevolmente mia madre, mi ha passato un briciolo della sua cultura, e così subito lo prendo, ricordandomi con chiarezza la storia del film raccontatami da mia madre, e scopro così che in realtà questa storia nasce da un libro ormai dimenticato.
Ben nota poi è la mia passione per i libri dimenticati.
Poi leggo l'autore "Mann",un nome così conosciuto e noto, "Ma non si chiamava Thomas?" mi dico fra me, poi scopro che non è altro che il fratello di "Thomas Mann".
Anche lui a quanto pare era uno scrittore, ma non ebbe lo stesso successo di Thomas,forse la solita disgrazia dei fratelli e sorelle di scrittori, in cui c'è sempre quello che prevale per fama e successo e l'altro resta al buio.
E' il caso delle sorelle Bronte, in cui prevale Emily Bronte con "Cime tempestose" e "Jane Eyre"di Charlotte Bronte, e la sorella Anne Beronte con "Agnes Grey" non resta che la brutta copia di Jane Eyre.
Intuendo questa situazione, il libro non poteva che parlare del senso di inettitudine e inadeguatezza, tema ricorrente nel romanzo, che secondo me resta un tema a tratti autobiografici, anche per il senso di rivalsa e di competizione che il professore Raat nutre nei confronti dei propri studenti, secondo me può essere metafora della rivalsa di Heinrich nei confronti del fratello Thomas.
Ovviamente appare evidente anche l'aspra critica alla rigidità e al proibizionismo della scuola tedesca in epoca guglielmina.
Non mi sorprende che il romanzo sia stato dimenticato e non sia stato ristampato, perchè tratta un tema forse troppo lontano dai giorni nostri, e poi appare pressapoco difficile rispecchiarsi nel personaggio antieroe del professore Raat che predica bene, ma primo o poi finisce per razzolare male, può a tratti far pena e suscitare compassione, per la sua misera e piccola esistenza, che cerca di ingigantire e rafforzare nutrendosi di etica e moralità smisurata, che scade nel bigottismo e perbenismo forzato,e alla fine si perde, non trovando più appigli alla quale appigliarsi. Ma nonostante la pena, la compassione, non si simpatizza per questo personaggio, ed è evidente che l'intenzione fosse quella di provare disprezzo e ripugnanza per quella rigidità borghese e tipicamente tedesca, che Heinrich Mann disdegnava. E all' epoca poteva essere un libro particolarmente dibattuto e che suscitasse scalpore e scandalo, mentre adesso letto in questa epoca, perde quelle sua importante sfumatura di significato, tale da rendere la lettura noiosa e pedante tanto quanto il personaggio principale, però in un certo senso, da questo libro possiamo tracciare un pezzetto di storia, pur senza leggere libroni prolissi di storia,è questa forse la cosa affascinante dei classici, che anzichè leggere in linee generali, attraverso lunghe pagine di saggi di storia, possiamo immergerci in quella realtà, scoprire gli usi e i costumi di un'epoca in un determinato paese, pur senza esserci mai stati, pur non avendo vissuto quell'epoca e come ci riesce un classico, non ci riuscirà mai nessun altro saggio e tomo di storia!Quindi se vi interessa conoscere qualcosa del periodo guglielmino, questo può essere un ottimo libro. Quello che sicuramente ha calamitato poi la mia attenzione è la rappresentazione grottesca, esasperata e quasi tragicomica delle vicende che portano il professor Raat da essere l'uomo virtuoso rigido e moralista,all'uomo rivoltoso e vizioso, caduto vittima di un amore miserabile quanto la sua infida esistenza.



lunedì 23 gennaio 2017

Il meglio che possa capitare a una brioche di Pablo Tusset

L'amaro in bocca che questo libro mi ha lasciato, nonostante l'abbia letto tempo fa, non mi è ancora passato.
Del resto dovevo prevederlo, non è un libro nelle mie corde, se così si possa dire.
E' un libro troppo alternativo e strampalato per i miei gusti, quindi dovevo aspettarmi che mi avrebbe lasciato una certa insoddisfazione nel finirlo.
Tuttavia, nonostante questo, sono contenta di averlo letto,perchè ha delle parti carine e divertenti.
In alcune parti, mi sono molto rivista nel sarcasmo e disfattismo del protagonista.
E inoltre è stato un modo per rivivere i ricordi del mio precedente viaggio a Barcelona.
Del resto mi ha attirato anche questo, il fatto che la storia sia ambientata a Barcelona e che lo scrittore è un informatico, dato che il mio fidanzato lo è.
E così mi chiedevo come potesse essere scritto un libro da un informatico, e in questo libro ho trovato la mia risposta.
Un libro pieno di tante terminologie da hacker e informatici,per creare una parodia del mondo informatico e quello reale.
Il protagonista paragona la sua vita a come quella di una brioche, che il meglio che possa capitargli è quello di essere imburrata e mangiata, ma con il rapimento del fratello, riesce a vivere un'avventura esaltante e più fantasiosa di quella dei film,e per una volta anzichè essere una brioche, diventa qualcosa di più, il protagonista figo della situazione, ma ovviamente tutte le favole sono destinate a finire, e si è poi costretti a tornare alla solita routine. Lui riconosce di non essere fatto per quel mondo, lui è fatto per essere un nerd, non il figo della situazione, e non è portato ad avere la vita comune degli altri, ma tuttavia è come se un po' dal finale capisse che la routine è la cosa migliore da vivere, tuttavia non saprei dire ma il finale risulta sconclusionato, dopo averla tirata tanto per le lunghe, sembra che l'autore non sapesse come terminare la storia e avesse deciso di concluderla di colpo con un finale dolce e amaro allo stesso tempo, e mi ha dunque irritato, perchè dopo i miei sforzi per terminarlo, sperando che migliorasse con il finale, alla fine si è rivelato "nosense".
Certo non è stato peggiore di "Ogni cosa illuminata" di Jonathan Safran Foer, ma quasi!
Non è stato deludente quanto "La casa del sonno"di Jonathan Coe, (inizio a pensare di dover escludere i libri degli scrittori che si chiamano "Jonathan")ma ci è mancato poco.
In conclusione ritengo che sia un libro bellino e spensierato, ma senza troppe pretese, che aveva dei buoni spunti, ma che si è perso strada facendo, però come primo libro di un informatico, forse è stato comunque un buon inizio, spero che Pablo Tusset migliori in questo senso, qualora pubblicasse qualcos'altro, potrei decidere di dargli un'altra chance con un suo nuovo libro, dato che il sarcasmo e la simpatia in questo libro, non mi è dispiaciuta, e si vede da questa nota simpatia il fatto che lo scrittore sia barceloneta, infatti il libro mi ha in alcuni momenti divertito e molto ricordato il mio piacevole viaggio a Barcellona, e potevo benissimo rivedere le zone da lui richiamate di Barcelona "Passaig de la Gracia", "il mercato della boqueria" e moltissimi altri luoghi, e monumenti della bellissima Barcelona, quindi un libro che tutto sommato ti dà anche quell'impressione di vivere le atmosfere, le vie di Barcelona, e anche un po' lo stile di vita e le trasgressioni dei barcelonesi.
Poi la copertina del libro molto, ma molto carina, ricorda molto una di quelle raffigurazioni d'arte moderna  che mi capitò di vedere al "Museo d'arte Catalunya", un museo gigantesco, di cui serbo un bellissimo ricordo.









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