Visualizzazione post con etichetta letteratura straniera. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta letteratura straniera. Mostra tutti i post

martedì 9 agosto 2022

Martin Eden di Jack London

Un libro completamente diverso dai canoni letterari di Jack London, di solito si ricorda generalmente questo scrittore per libri per ragazzi di avventura come "Zanna Bianca" e "il richiamo della foresta", genere che onestamente neanche da bambina mi ha mai coinvolto. E poi, da adulta faccio la scoperta di un altro Jack London forse più boicottato, un romanzo più riflessivo e di formazione come Martin Eden che a tratti ricorda un Jude l' oscuro di Thomas Hardy, ma con atmosfere meno fosche e cupe, di sicuro è un libro un po' autobiografico e con un' aspra critica alla società e alle convenzioni, ma non racchiude quel pessimismo imperante e negativo di Thomas Hardy, laddove la conclusione sfocia nella tragedia più assoluta.
Non lo avrei mai detto, che mi sarei ritrovata a leggere ben volentieri un libro di Jack London e che potesse aver scritto un libro così diverso e più corrispondente ai canoni letterari e classici.

lunedì 4 aprile 2022

Claudelle di Erskine Caldwell

Claudelle è la storia di una ragazza di campagna, figlia di contadini poveri,
che riceve una delusione d'amore tanto grande e dolorosa, da perdersi completamente. 
La protagonista inizia a sfruttare gli uomini, per ottenere tutto ciò che vuole soldi e regali, offrendo in dono il proprio corpo.
Del resto, la madre non le ha dato degli ottimi consigli, dopo la delusione d'amore ricevuta. 
Erskine Caldwell utilizza uno stile secco e asciutto, la lettura è piacevole, anche se può rivelarsi, forse troppo ridotta all' osso. Ovviamente, non si cade mai sull'esplicito. Non si raccontano mai nel dettaglio i rapporti sessuali, ma, se ne fa sempre un chiaro riferimento.
La sessualità di Claudelle viene raccontata dal narratore, senza esprimere dei giudizi, anche se, sul finale tragico e disperato, possiamo cogliere in Erskine Caldwell una denuncia sociale, verso il bigottismo cattolico dell' epoca. 
È un bel libro perché l' autore non si espone, non spiega e non prende una posizione né positiva né negativa su Claudelle, ma lascia che gli eventi della storia ci inducano a provare empatia per lei, per la povera Claudelle tanto sciagurata e sventurata. Nel complesso la lettura è stata appagante e piacevole, anche se, la prosa è molto risicata, da non lasciarmi moltissimo, rispetto ad altre letture di questo genere, mi torna in mente il pieno coinvolgimento struggente che ho provato per "Tess D'urbenville" di Thomas Hardy.



venerdì 28 gennaio 2022

Il conte di Montecristo di Alexandre Dumas

Tutti conosciamo la storia di questo romanzo, eppure, posso dire al contempo che non l' abbiamo mai conosciuta per davvero, nella sua interezza, se non abbiamo letto il libro. 

Sono stata realizzate diverse trasposizioni cinematografiche di questo bel mattone francese, ma nessuna gli fa dignitosamente giustizia, forse per certi versi la miniserie con Gerard Depardieu conserva quel minimo di fedeltà narrativa, ma non rende abbastanza, da eguagliare la magnificenza della parole scritte da Dumas.

Da bambina mi domandavo perché Edmond Dantes volesse vendicarsi, insomma, dopo 14 anni di prigione, perché non rifarsi una nuova vita come si deve ed essere felice? Mettere da parte il passato, e crearsi una nuova vita! Forse, era l'innocenza fanciullesca a guidare questi miei pensieri, oppure, semplicemente, che da una serie TV non si riusciva a cogliere la durezza della vita di Edomond Dantes passata in prigione, perché in una narrazione intessuta da una sequenza di immagini, non si metteva efficacemente a fuoco l'ingiustizia, la sofferenza patita e il rancore a lungo covato dal protagonista.
Il punto è che si possono vedere tutte le trasposizioni cinematografiche di questa storia, ma ciò che vi permetterà veramente di entrare veramente in contatto con il vero conte di Montecristo, sarà soltanto il romanzo. Soltanto attraverso i pensieri e il vissuto disperato, descritto dalla penna di Dumas, entrerete nell' inquietudine e sofferenza di Edmond Dantes. 
Soltanto così potrete entrare in sintonia ed empatizzare con lui, con il conte di Montecristo ed esplorare la sua vera umanità, non certo priva di difetti e non esula da manie di grandezza.
Ed è paradossale perché, questa simbiosi che il lettore crea con il protagonista, potrà ai suoi occhi renderglielo anche odioso e irritante, dato che si professerà il perfetto sostituto della provvidenza, o perché no, anche di un Dio sceso in terra per punire i colpevoli e premiare gli amici fedeli. 
Tuttavia, anche questo fa parte dei grandi romanzi classici più riusciti, ovvero, per intenderci quello di mettere in discussione la stessa figura positiva del protagonista, che può di colpo tramutarsi in un antieroe, quando persegue fino all' ultimo la vendetta, trascinando su di essa anche vittime innocenti. Quando per così dire il protagonista diventa macchiavelico, pronto a tutto pur di perseguire i suoi fini vendicativi, da non volersi fermare dinnanzi a niente e a nessuno. Eppure, il suo comportamento appare giustificabile e lineare, appare ragionevole e sensato il suo passaggio per così dire al lato oscuro, ma lo stesso percepiamo che c'è qualcosa di negativo e sbagliato nella vendetta che è sul punto di protrarre.

È interessante perché dal momento in cui la vendetta viene portata a compimento ci si allontana dal protagonista, e se in un primo momento godiamo della buona riuscita delle imprese di Edmond Dantes,  più avanti smetteremo di farlo e vorremmo che il protagonista si fermasse. Eh, si finiamo noi stessi per vacillare, per sperare che il protagonista si fermi giusto in tempo, rinunciando alla propria vendetta personale, rendendoci perfettamente conto, che andrà a colpire anche chi non c'entra nulla, e quindi, questa non può più chiamarsi giustizia.

Dumas sposta l' attenzione su altri personaggi, sui legami di parentela dei malfattori, e così come in un gioco di specchi, la vendetta si riflette agendo anche su di loro, ripercuotendosi anche su soggetti inconsapevoli e innocenti. 

Edmond Dantes si ritrova a mettere in discussione più volte i propri propositi di vendetta, e non solo in ricordo del suo caro amore giovanile verso Mercedes, come viene narrato spesso nei film, giusto per semplificare e per dare alla storia un sapore più romantico. No, in realtà, Edmond finisce per legare molto con il figlio di Mercedes, Albert de Morcef, di cui inizia a nutrire una profonda stima. 
E poi la questione importante che si pone è "perché i figli devono pagare delle colpe dei genitori?".

Poi, a sua volta la vendetta mano mano che si protrae può volgere a discapito dei suoi stessi amici, come il caso di Maximilien e Valentine, non potevo non citarli perché la loro storia d'amore mi era sempre piaciuta, ne serbavo un buon  ricordo vago nella miniserie con Gerard Depardieu, e ricordava anche l' accattivante, quanto maligna figura dell' avvelenatrice. Tuttavia, il romanzo rende la loro storia ancora più commovente ed emozionante. Comunque, sarebbe riduttivo accennare solo a questi due personaggi degni di nota, perché nel conte di Montecristo ce ne sono una miriade di storie di personaggi e di intrecci, e sono tutte storie coinvolgenti e da scoprire. 
Sarà anche un romanzo di puro intrattenimento ottocentesco, ma è anche ben scritto.

La penna Di Dumas in mille pagine e passa, non annoia mai, tiene viva la suspence e l' interesse del lettore fino all' ultimo. 

Non è tanto la descrizione degli ambienti a guidare la scrittura di Dumas, tanto più le dinamiche umane. In un romanzo così maestoso e prominente Dumas racchiude tanti personaggi buoni, belli, brutti e cattivi, racconta i peccati di cui si sono macchiati e perché no, anche le loro virtù, come dentro ad una matrioska.

Si focalizza raramente sugli ambienti, eppure, in quelle poche e immediate pennelate descrittive riesce ad essere efficace, proprio come un pittore, delineando perfettamente i paesaggi e i posti in cui ci troviamo. 

Potrei fare un elogio infinito a questo romanzo, ma non credo che riuscirei mai a rendere precisamente l' idea di quanto sia stato affascinante e magnifico, anche nella sua prolissità, che non è mai dispersiva, ma  magnetica. 

Cosa altro posso dire, se non invitarvi a leggerlo, solo se lo leggerete potrete cogliere la vera essenza di questa storia, che voracemente la si divora o forse è essa a divorare voi, perché vi farà fremere della voglia di sapere come andrà a finire, eppure vi direte di aver già visto il film e la miniserie TV, quindi, dovreste già saperlo come va a finire, e invece la risposta è NO;
perché la storia è talmente intersecata, mi verrebbe da dire un termine siculo, usato  spesso da mia madre: "talmente inturciuniata", che no, non saprete come districare questa grande matassa, e non ricorderete più come si districavano i fili della storia, perché vi perderete dentro la dettagliata narrazione e nelle eccelse ed elaborate macchinazioni del Conte, ben diverse da quelle già viste e conosciute nei film.

Poi, ci sono  ci sono storie di cui nei film non si è mai parlato, per esempio Eugenie, la figlia di Danglers, anche questo un personaggio degno di essere accennato, soprattutto, perché si denota un esempio di emancipazione femminile molto avanti, rispetto all' epoca in cui l' opera è stata scritta.
 

lunedì 6 dicembre 2021

Il mago di William Somerset Maugham

Il mago di William Somerset Maugham, prende ispirazione da un personaggio misterioso e inquietante realmente conosciuto da Maugham, Aleister Crowley un praticante di occultismo. In questo romanzo Maugham si rifà a " Dracula" di Bram Stoker e a "Frankenstein" di Mary Shelley. Maugham amalgama brevemente e sapientemente elementi gotici ed horror, ma resta una lettura di mero intrattenimento, senza fare un' analisi psicologica dei suoi personaggi e senza ricche riflessioni di fondo, com' era in Frankenstein di Mary Shelley e senza gli eccessivi moralismi cattolici pregnanti in Dracula. Mi è piaciuto lo stile diretto e spedito del romanzo, però, ho sentito verso la fine della storia che mancasse qualcosa, forse un po' di quella suspence presente in Dracula e in Frankenstein. Non sono riuscita a lasciarmi trascinare dalle vicende, non ero in ansia e in trepidante attesa di sapere cosa sarebbe accaduto ai protagonisti, non mi ha coinvolto, perché i personaggi erano psicologicamente fin troppo piatti, privi di spessore e non sono entrata in empatia con loro, da lasciarmi travolgere dall' incombente finale, tanto che ho dovuto leggerlo piú di una volta, perché verso la fine la mia mente vagava altrove. Mi piace lo stile di Maugham, ma questo romanzo forse è stato troppo coinciso, eccessivamente incentrato sullo svolgimento degli eventi, perdendo di vista la caratterizzazione dei personaggi, la loro analisi psicologica e anche l' aspetto magico. In realtà, di occultismo, magia e alchimia, argomenti che tanto mi piacciono be' se ne parla poco, vengono solamente accennati ai fini strettamente necessari della trama. Tuttavia, è uno scrittore che vorrei continuare a leggere, ha dei tratti distintivi e singolari nello stile, poi la sua vita travagliata, il suo non considerarsi mai abbastanza e all' altezza dell' essere considerato un grande scrittore, ha attirato il mio interesse. 

domenica 8 settembre 2019

La musa del dipartimento di Honoré de Balzac

Un libro poco conosciuto, di Honoré de Balzac, che rispetto a classici come "Anna Karenina", "Madame Bovary" e "l'amante di lady Chatterley"  tratta il tema dell'adulterio in un modo unico e differente, da questi acclamati capolavori poc'anzi citati.  

Honoré de Balzac è distaccato e retorico, potremo dire che non c'è empatia tra lui e i suoi personaggi. Un difetto o una peculiarità del suo modo di scrivere? Io direi, che la freddezza e il distacco tra narratore e i personaggi sia voluto e ricercato. 

Lo scrittore guarda i personaggi dal di fuori, li analizza, ma senza cogliere tutte le loro sfumature di azione e pensiero, non è un narratore onnisciente,si tiene sempre a debita distanza dai protagonisti, cogliendo solo quei particolari manieristici, calcolatori e doppiogiochisti. 

Balzac si prende gioco dei suoi personaggi, e i loro sentimenti romantici appaiono frivoli e superficiali, come in  una commedia teatrale da mettere in scena, fino a che convenga ad entrambi le parti. 
I sacrifici della protagonista, per il suo adorato amante, anche questi vengono trattati come qualcosa di artificioso e costruito, dato forse da un bisogno compensativo e psicologico della protagonista. 

Una necessità drammatica e teatrale della donna, di nutrire il suo spirito materno e da crocerossina verso il proprio amante.

Se da una parte, ho trovato la lettura veramente molto povera di sentimentalismo, molto più cruda e amara, come un continuo e repentino burlarsi di Balzac dei sentimenti umani, dall' altra ho apprezzato questo distacco, questo suo modo di vedere le cose dal di fuori, sarà che ho letto tanti romanzi che fanno tutto il contrario, da considerare originale e anticonvenzionale, questo stile farsesco e retorico di Balzac. È come se fossero solo i personaggi di una commedia teatrale, che mettono in scena diverse maschere, come più si conviene o più convenga a loro, la cosiddetta "Commedia Umana" ricorrente in Balzac, che in qualche modo richiama un po' vagamente il concetto Pirandelliano dell' "Uno, nessuno e centomila", ma in maniera meno spiccata e forte.


Intrinseco il pensiero Machiavellico "il fine giustifica i mezzi".

 E sulla conclusione del romanzo, ci sarebbe anche molto da discutere, dato che è un finale condito di sarcasmo e lascia anche qualche  spazio aperto, con un bel punto interrogativo, ma è voluto e ricercato questo margine di incertezza, a libera interpretazione o come nei migliori tradimenti, madre certa, be' sulla paternità non possiamo dire la stessa medesima cosa. 

Credo, che sia quello il messaggio, imbastito da Balzac volendo lasciare al narratore l' incertezza sull'identità del citato "procuratore generale", che recita  quelle fatidiche parole conclusive dell' intero romanzo, da cui si intuisce tutto e niente, ma una cosa è certa, un' adultera, resta sempre un' adultera.

Questo romanzo tuttavia, segna una rottura con tutte le regole sociali, sovverte l' ordine precostituito secondo cui un' adultera è condannata ad essere emarginata dalla società.

 Balzac sovverte il bigottismo e le regole della società, facendo si che l' adultera torni ad essere moglie, e a riacquistare la sua rispettabilità nella società, nonostante tutto, e forse pur mantenendo il suo ruolo di adultera, purché tutto avvenga lontano dagli occhi indiscreti?! 

Devo dire che come libro sconosciuto, è stata una rivelazione, ma se devo essere del tutto onesta è stato difficile in alcuni punti star dietro a Balzac, dato che il suo modo di scrivere è molto prolisso e carico di figure retoriche.

Ovviamente, il suo tono retorico e da commediante, richiede anche forse una conoscenza maggiore degli usi e i costumi dell'epoca in Francia, agli inizi dell'ottocento, e non avendo tali conoscenze, si può venir assorbiti passivamente da questo genere di lettura, senza riuscire a catapultarsi del tutto dentro.

Una cosa che sicuramente ho trovato interessante è stata la cura di Balzac  nella rappresentazione dei costumi sociali, il paragone sulla donna parigina e la provinciale, e ovviamente, per l' originalità del finale.  

Dinah è tanto superiore come donna da sovvertire tutte le regole sociali!  Un' idea di emancipazione femminile del tutto inaspettata,  in cui Balzac fa risuonare così forte l' intelletto e le qualità di Dinah come donna moderna,reclusa  in una società ancora troppo antiquata, bigotta e maschilista, ma da cui riesce ad uscirne vincitrice, o comunque salva dall' emarginazione sociale, ma dovendo, ovviamente, giungere ad un macchinoso compromesso, ritornare al ruolo di moglie così come si conviene. 

Tuttavia, senza troppi pesi sul cuore e sulla coscienza, Dinah come tutti gli altri personaggi è una calcolatrice nata,tanto quanto il marito e l'amante. 

Il saper dosare e soppesare le proprie passioni diventa un'abilità, per non soccombere dinnanzi i giudizi e le meschinità della società di quel tempo.





lunedì 29 luglio 2019

Jane Eyre di Charlotte Bronte

Avevo sottovalutato l' inestimabile valore di questo romanzo, credevo che non potesse equipararsi, competere con "Cime tempestose" della sorella Emily Bronte, invece mi sbagliavo di grosso.
"Cime tempestose" è solo più famoso, e racchiude più un fascino grottesco, i protagonisti sono più cupi e maledetti, si percepisce più un senso di inesprimibile dannazione, più gotico, struggente e drammatico. I personaggi sono antagonisti di sé stessi, e forse per quello in me c'è un netto distacco a livello empatico con i personaggi e la vicenda, era come se il dramma dal mio punto di vista, se lo fossero anche un po' cercato.
Mentre invece in "Jane Eyre" per quanto i difetti caratteriali di Mr Rochester siano evidenti, non sono tali da rendere il personaggio cattivo, anzi molto umano e fragile, poi anche Jane è un personaggio più affine alla mia personalità, di indole apparentemente pacata, dotata di intelletto e forza di volontà, tuttavia di fronte le ripetute ingiustizie subite dalla zia non può fare a meno di ribellarsi. È molto accurata la caratterizzazione dei personaggi, sia nei loro aspetti caratteriali, fisici e anche a livello di vicissitudini, ogni personaggio  è ben delineato e descritto, certo avrei preferito meno pagine sul fastidioso cugino St John, con i suoi mega pipponi religiosi, ma quello è un altro discorso. 
Poi sicuramente è una storia molto più complessa e dettagliata di "Cime tempestose", perché narra la formazione e la crescita di Jane, senza trascurare alcun particolare. Poi dalla linea di romanzo di formazione, sfiora il genere gotico, facendo aleggiare a Thornfield, un mistero, urla, sogghigni e risatine provenire dalla soffitta. Poi c'è l' aspetto romantico della storia,gli incontri e i dialoghi fra Jane e Mr Rochester, a mio parere dalle versioni cinematografiche perde tantissimo, per ragioni ovvie di tempistiche, e poi si sa nei film la parte più focalizzante è l' azione, mentre invece la storia d'amore fra Jane e Mr Rochester è più giocata sul loro scambio di ruoli e battute, uno scontro e gioco dialettico, in cui appare labile il confine tra padrone e sottomessa. Il rapporto fra i due protagonisti è travolgente, perché Jane è un istitutrice, mentre lui è il padrone, ai tempi il rapporto non era per nulla paritario,appartenendo a due classi sociali del tutto differenti. Tuttavia, nonostante Jane appaia in apparenza sottomessa psicologicamente e sentimentalmente a Mr Rochester, andando avanti con il romanzo si intuisce che non è affatto così. Infatti Jane non accetta il suo amore scendendo a compromessi, lei se ne va quando le cose prendono una piega inaspettata, spiacevole e indesiderata, riuscendo a cavarsela anche senza di lui, dimostrando di non aver bisogno di Mr Rochester . Mentre è proprio lui, che non appena Jane se ne va, perde tutto. Senza andare nei dettagli del romanzo, è a tratti sottilmente  femminista, sebbene questa natura del romanzo potrebbe anche essere contraddetta da una vera fervente femminista dei tempi odierni, ma il romanzo va anche collocato in base all'epoca in cui è stato scritto. Dopotutto, trovo anche interessante e piacevole questa doppia natura ambigua di Jane sottomessa a Mr Rochester, ma allo stesso tempo indipendente, che piega per molti aspetti Mr Rochester, senza lasciarsi convincere a restare a Thornfield,nel momento in cui  non lo ritiene giusto, per la sua morale etica, tuttavia quando il legittimo impedimento  alla loro unione svanisce, torna da lui di sua spontanea volontà, mostrandosi compiacente e ben disposta a prendersi cura di lui. La frase "Ebbene, cari lettori, alla fine l'ho sposato" in questo caso sottolinea l'emancipazione di Jane Eyre, che sta a voler dire "io ho scelto di sposarlo"come mio pari, non per migliorare la mia condizione sociale, ma solo perché lo amo e voglio sposarlo.
C'è sempre un duplice rapporto di sottomissione e dominazione da parte di entrambi i personaggi. È come se Jane sappia sapientemente equilibrare la sua sottomissione a lui, pur senza piegarsi del tutto, anzi il più delle volte dominando la natura irascibile e violenta di lui.
Molti critici hanno ritenuto che il libro non dovesse annoverarsi nella letteratura inglese alta, per i suoi aspetti fiabeschi e inverosimili della trama, sicuramente c'è qualcosa di troppo  irrealistico che stoni, ma senza nulla togliere alla qualità delle pagine, del resto è un' evidente scelta stilistica di Charlotte Bronte, basta scrutare un attimo sulla sua biografia per cogliere l' influenza delle fiabe raccontate dal fratello. Non mi ha tanto infastidito lei, che trovi ristoro una volta fuggita da Thornfield in una tenuta in mezzo ai boschi desolati, che appare quasi misteriosamente, in riferimento alla fiaba dei fratelli Grimm che stiano leggendo le due ragazze della casa, che poi scoprirà essere cugine. Tutta al più coincidenza delle coincidenze sono tutti cugini, e Jane Eyre erediterà tutto dallo zio appena morto, diventando difatti una donna ricca e indipendente, insomma perché queste cose non succedono anche a me?! Queste sono le forzature che si potevano evitare, che  banalizzano un po' la storia. Per altri questa cosa era già insita nel cognome "Eyre" che starebbe per "ereditiera errante", tralasciando tutte le altre teorie marxiste e non, che siano state costruite attorno al romanzo da cui prendo fermamente le distanze, perché secondo me spesso si finisce per costruire attorno ad un romanzo dei significati che non c'erano assolutamente, sfinendo l' intero contenuto dell' opera stessa.
Per il resto cosa posso dire, un cinque stelle, devo dire che l' inizio del romanzo mi era parso un po' fiacco, ma poi più avanti il ritmo si fa sempre più trascinante, soprattutto per il modo in cui Charlotte Bronte riesce a descrivere i personaggi e il loro rapporto.
Di come riesca delineare le fattezze e i caratteri dei due protagonisti e a farli apparire affascinanti, nonostante siano appunto due personaggi brutti fisicamente, ma coinvolgenti e ammalianti intellettualmente.
Poi un aspetto parosistico che io personalmente ho amato per quanto faccia molto "Arsenio Lupin e i suoi travestimenti", come elemento non sense e farsesco,  Mr Rochester che si traveste da zingara veggente, questo aspetto  sbruffone e burlone di Mr Rochester l'ho adorato, segna una rottura  con il Mr Rochester  sempre depresso, serioso e rabbioso dei film. Tra l' altro un' altra profonda differenza è quella del macchinoso intrigo studiato ad hoc per sedurre Jane Eyre. Mentre nel film, Mr Rochester appare un uomo ambiguo, indeciso tra Miss Ingram e Jane, oppure fanno credere che sia Jane ad aver equivocato e che lui non abbia mai pensato di sposare Miss Ingram, be' nel romanzo è lui che ha architettato quest' inganno facendo credere a Jane di voler sposare "Miss Ingram" per fare ingelosire Jane e attrarla maggiormente a lui. Questo elemento cambia tutto, nel senso nei film questo aspetto sia  machiavellico e romantico di Mr Rochester si perde, rendendolo solo un uomo indeciso e ambiguo.
Concludo col dirvi, evitate di guardare il film, leggete piuttosto il romanzo e semmai solo dopo guardate le versioni cinematografiche, quella che per ora mi è parsa la più fedele al romanzo è senza dubbio quella del 2011, con "Micheal Fassbender" nel ruolo di Mr Rochester, e "Mia Wasikowska" nei panni di Jane,tuttavia anche qui c'è qualcosa che non mi torna tipo la scena in cui tenta di strangolare Jane, non cerca di strangolarla, ma la stringe per la vita non volendo farla andare via, alludendo eroticamente al desiderio erotico del suo corpo, in maniera ovviamente molto elegante e ben celata, quindi pensava di farla sua, ma dice appunto che prendendola con la forza sarebbe solo entrato nel suo guscio che racchiude la sua anima, mentre lui voleva ottenere appunto il suo amore, non il semplice possesso del suo corpo, e così vi rinuncia. Tra l' altro una delle parti più emozionanti di tutto il romanzo, che nel film si riduce  banalmente a poche battute riprese dal libro. Paradossalmente una cosa interessante sulla post-fazione, diceva che il libro suscitò scandalo, e verrebbe da pensare che fosse per la componente implicitamente erotica presente nel libro, e invece ad indignare il lettore dell' epoca era stato il carattere di Jane ritenuta troppo intraprendente e sovversiva come donna.
Cosa posso dire?! Se amate i classici, questo di sicuro è una tappa obbligatoria! E sono più che certa che non ve ne pentirete,non lasciatevi demoralizzare dalla mole di pagine, è un libro che superato lo scoglio iniziale, si divora e ci si ritrova ad averlo a malincuore terminato!

mercoledì 13 febbraio 2019

Il grande Gatsby

Questo libro mi è piaciuto molto, l'ho trovato efficace e intenso, le descrizioni creavano immagini intense come quelle dei quadri impressionisti, senza culminare nell' eccesso.  E devo ammettere che ho trovato anche il film per certi versi attento a ricreare le immagini descritte nel libro, come se il regista non si fosse solo limitato a leggere la trama, ma che abbia effettivamente voluto riprodurre le immagini e le sensazioni del libro sul film.  Per quanto ovviamente il film perda sempre qualcosa sul significato stesso del romanzo, soprattutto quando mi piazzano delle musiche chiaramente moderne e discotecare creando un' eccessiva dissonanza con il romanzo. Focalizzando forse la storia un po' troppo sulle feste, e non sulla figura misteriosa di Gatsby nella quale serpeggia questo alone di mistero, un uomo ricco, ma che non si sa come abbia fatto tutti quei soldi, e nel romanzo si evidenzia quanto l'aspetto del come si sia arricchito appaia un aspetto irrilevante per la gente che affolla le sue feste, una domanda quasi sciocca da farsi. Una critica evidente ad un America superficiale e vacua, e non è tanto Gatsby ad apparire sbagliato e corrotto, ma appunto chi lo circonda, lui appare solo come un bambino che insegue un sogno e  pur di ottenere quel che vuole,  è stato costretto a ricorrere a dei sotterfugi.  Ma quello che ci insegna questo libro è che non si può tornare indietro e ricostruire tutto da capo, è così alla fine Gatsby è destinato a soccombere rincorrendo un sogno che non gli appartiene neanche più, che fa parte del passato, ma che lui insiste a voler rincorrere nonostante tutto.
Da questo punto di vista, devo dire che nel film anche la recitazione di "Leonardo di Caprio"l'ho trovata coerente con il protagonista del romanzo, quindi tutto sommato immaginarmi un "Leonardo di Caprio" non mi ha guastato la lettura, solo che ovviamente nel libro ci sono tanti messaggi e significati che nel film difficilmente hanno lo stesso impatto.
Un libro molto bello e piacevole da leggere, che non annoia quasi mai, perché ogni pagina e descrizione non risulta quasi mai inutile o prolissa, ma è strettamente legata alla narrazione della storia.  Commovente e struggente sul finale, in cui si intuisce l' ipocrisia della gente, che quando le feste sono finite non  si fanno più vivi, lasciando il protagonista alla sua triste e sciagurata fine.  Un mondo freddo, ambiguo e superficiale, che alla fine risucchia la vita di chi  racchiude ancora una certa purezza di spirito come quella di Gatsby.
L'ho letto tutto d'un fiato, piaciuto dalla prima all' ultima pagina.
Lo straconsiglio!




mercoledì 23 gennaio 2019

La signora delle camelie di Alexandre Dumas fils

Questo libro volevo leggerlo da tantissimo tempo, e stranamente l'ho trovato meno pesante di quello che credessi, in tre giorni l'ho letteralmente divorato.
La storia di questo classico è piuttosto famosa, è stata  scritta da "Alexandre Dumas", ma attenzione non è il Dumas del "conte di Montecristo" né dei "tre moschettieri",dato che è appunto il figlio, infatti per contraddistinguerlo dal  padre, dato che hanno lo stesso identico nome, viene  sempre scritto dopo il nome "fils /figlio".  La trama di quest' opera è  la storia d'amore fra una cortigiana e un uomo perbene, che poi è stata ripresa da Giuseppe Verdi nella "Traviata" cambiando i nomi dei protagonisti in "Violetta e Alfredo" e probabilmente sarà mutata qualche sfumatura della trama per renderla più adattabile al teatro.
Comunque, per chi non conoscesse la storia, Marguerite Goutier è una cortigiana di alto borgo, la storia inizia con la sua stessa morte,è stata bandita un'asta per comprare gli oggetti preziosi appartenuti alla defunta alla quale partecipa il narratore che potrebbe essere lo stesso "Dumas". All' asta decide di comprare una copia di  "Manon lescaut", libro appartenuto alla defunta, ma poi si presenta un uomo di nome Armand Duval che vuole acquistare a tutti i costi quella copia dal narratore, fino a che non diventano amici e allora Armand finisce per raccontargli la sua storia di come ha conosciuto Marguerite Goutier e se ne è innamorato.
Da qui inizia la storia, non aggiungo altro per non voler svelare troppo sulla trama, ma posso dire che sin dall' inizio il libro cattura l' attenzione e si rivela coinvolgente. Inoltre anche l'idea di fare partire la storia a ritroso, in un ordine cronologico sfalsato, nell' Ottocento doveva essere un'idea piuttosto originale.
Ai tempi questo libro suscitò molto scandalo, per la tematica trattata, e lo stesso Dumas ammise di essersi ispirato ad una sua infatuazione giovanile verso una prostituta che aveva spesso intravisto, anche il padre stesso rettifico che il figlio nelle sue opere traeva quasi sempre  spunto dalla realtà.  
Cosa posso dire? Se non che mi sono chiesta, perché non lo abbia letto prima, nel senso che è un libro così romantico e poetico, le parole di Dumas restano impresse,  il modo delicato in cui esprime i sentimenti e le emozioni di Armand nei confronti di Marguerite, e il modo in cui viene descritta questa donna in un modo sensuale e poetico. Si rimane abbagliati da questa donna, pur senza vederla, bastano le parole di Dumas a convincerci della bellezza e sensualità di questa donna, che nonostante il mestiere di lei, non appare volgare, ma "emana candore".
Mi mancava una lettura come questa, così dolce, sensuale e delicata, ma anche così maledettamente drammatica.
Una tragedia romantica esasperata, ma del resto ai tempi la storia d'amore tra una prostituta e un uomo perbene, non poteva avere una buona conclusione alla "pretty woman", per ovvi motivi, la società non lo consentiva e non si guariva facilmente dalle malattie.
È difficilissimo esprimere quanto mi sia piaciuto questo libro, poiché Dumas riesce a far emergere in un amore reputato indecente e scabroso, la dolcezza e la purezza dei sentimenti di Armand e Marguerite.  Ma allo stesso tempo Dumas, ci fa anche vedere le sfaccettature anche più negative dell' amore quando sfocia in rabbia, gelosia e desiderio di vendetta. Personalmente da donna mi sono innamorata di "Armand Duval"per il suo modo di esprimere l'amore per questa donna sia nel modo più dolce e romantico, ma poi anche nel modo più furioso e impetuoso in cui un uomo possa esprimere tali sentimenti verso la donna amata quando si sente tradito e ingannato.
E Marguerite, non può che suscitare una certa tristezza e compassione nel sacrificio che decide di perpetrare per amore del suo Armand.
È un libro che mi è davvero piaciuto, scandito perfettamente bene nei tempi, non c'era nulla di superfluo e noioso, ogni pagina era piacevole da leggere e aveva un suo scopo ben preciso. Insomma mi è piaciuto sin dalla prima pagina fino all' ultima riga, cosa che non potrei dire di moltissimi altri libri che ho letto. Ne potrei contare pochissimi su una mano che mi siano piaciuti così dalla prima pagina fino all' ultima, senza che non vi abbia trovato qualche parte o passaggio superfluo, noioso, banale o ripetitivo.


martedì 1 gennaio 2019

Doppio sogno di Arthur Schnitzler

Il film "eyes wide shout" di Kubrick con Nicole Kidman e Tom Cruise, si rifà a questo libro, ovviamente in chiave moderna. Inutile dire che il romanzo sia meglio?!  Già, appaio  ormai troppo scontata, in questo senso. Comunque di per sé la trama non è così "movimentata e ricca" come nel film di Kubrick, tuttavia il libro ha una marcia in più, anche se accade molto meno, perché non è tanto negli avvenimenti, ma tanto più nel modo di esprimersi di Arthur Schnitzler, che dà voce al protagonista in un modo unico e inimitabile, creando un perfetto ritratto psicologico del personaggio, delineando i suoi pensieri e desideri più segreti. Freud stesso si espresse nei confronti di Arthur Schnitzler ritenendolo un suo sosia nella sua capacità di tirar fuori le repressioni e le problematiche psicologiche dei suoi personaggi, realizzando un vero e proprio monologo interiore. È un libro breve, ma intenso, capace di scavare affondo nell' animo umano e di lasciare il segno sul lettore, con una scrittura distesa, non troppo macchinosa, però allo stesso tempo non possiamo dire che sia semplice e scontata, ogni parola espressione è nel posto giusto al momento giusto.  Arthur Schnitzler per me è stata una vera rivelazione della scrittura, soprattutto perché scrive in terza persona, ma è capace lo stesso di rompere la barriera di distacco che si crea con il protagonista, anzi il narratore riesce maggiormente ad entrare nei suoi più intimi e reconditi pensieri, quelli nella quale il protagonista non avrebbe voluto rispecchiarsi o fissare con sincerità e chiarezza in prima persona. Quando l' occhio di un estraneo, appare più efficace del proprio.


giovedì 27 dicembre 2018

Cipria di Su Tong

Appena iniziato è già finito. La scrittura di Su Tong è molto fugace,struggente e limpida.  Un libro che cattura l'attenzione dalla prima pagina fino alla fine. Poi non è un libro di parte, non prende posizioni politiche, ma ti fa capire realmente come andavano le cose in Cina, precisamente a Shangai, agli inizi  del regime dittatoriale comunista.  I campi di lavoro, si proponevano come centri di rieducazione, costringendo le prostitute a lavorare tante ore per cucire sacchi di yuta per i soldati. Non c'è un evidente pensiero politico in Su Tong, infatti la storia non si focalizza sui campi di lavoro, ma  riflette sulle possibilità di queste prostitute-amiche di cambiare vita, tagliare i ponti con il passato e tornare sulla retta via, ma le insidie sono tante lungo il cammino.

Il destino delle due donne si dipana e discosta l'uno dall'altra, in base alle loro scelte e alla loro propensione caratteriale, tuttavia per entrambe il processo di espiazione si rivela amaro e difficile,  e nel loro tragitto finiscono per separarsi, a causa di un uomo.

"Un uomo"  che viene definito come una corriera da prendere per l'una o l'altra,  da non lasciarsi scappare, eppure appare evidente  che il destino di quel loro "comune cliente" fosse quello maggiormente influenzato e dipendente dall'una o l'altra donna,mentre loro, le donne non mutano solo grazie all'uomo, il loro animo cambia, solo in base alla loro volontà.

Su Tong percorre  le scelte delle due donne, subito dopo essere state al campo di lavoro, una fuggita dal camion che doveva condurle lì, e l'altra invece finita al campo di lavoro.

Paradossalmente quella stata al campo di lavoro, continuerà a perseguire la via sbagliata, mentre l'altra scampata cambierà del tutto vita, anche se il cambiamento appare comunque aspro e arido, presentando soltanto qualche magra consolazione.

Qualsiasi scelta sbagliata viene pagata a caro prezzo da entrambe le due protagoniste, nessuno sconto per nessuna delle due, solo una piccola "deviazione fortunata" dettata dal buon senso di una delle due.

Su Tong ci comunica che non è facile entrare nella vita degli altri, dettare regole, stabilire cosa sia giusto o meno, su qualcuno si può fare la differenza anche con un semplice battito di ciglia, mentre su altri, qualsiasi azione o atto si compia in nome del suo stesso bene apparirà futile, la persona non muterà atteggiamento, ma persevererà sui medesimi errori, perchè solo in quelli ci si sente al sicuro e appagati, poichè si ha paura dell'ignoto, di quello che non si conosce, di mutare le proprie abitudini.

Lo stile di Su Tong appare semplice, immediato e spedito, le pagine scorrono velocemente, eppure l'uso delle parole e del linguaggio non appare per nulla banale e scontato, anzi sembra essere accuratamente e sapientemente scelto.

Inizialmente  Su Tong  ci presenta i protagonisti in modo oggettivo, guardandoli quasi in lontananza, senza scrutare affondo nel loro animo, le loro emozioni ci appaiono velate, nascoste sotto una coltre pesante e inaccessibile.

Ci appare tutto come una sequenza di azioni e di situazioni, come se fosse la scena  dettagliata di un film, ma non si vede nient'altro, non si entra in empatia con i personaggi  dato il distacco e la freddezza con la quale ci vengono presentati.

Ma questa distanza iniziale appare voluta e ricercata, dato che poi piano piano, proseguendo con la lettura ci si avvicina sempre di più ai personaggi fino a svelarne tutte le loro fragilità e insidie.

Su Tong gioca molto su questo, sulla distanza iniziale con i personaggi, fino ad arrivare ad avvicinarsi sempre di più a loro, sfoggiandone un primo piano sempre più accurato, sviscerando l'animo umano nelle sue imperfezioni.



















domenica 21 gennaio 2018

Leggere "il cappotto" e "il naso" di Gogol

Da uno scrittore russo, mi aspettavo di più, mi tocca ammettere!  Ma dopotutto si sa che nei racconti, le narrazioni sono necessariamente esemplificative per via della brevità che lì caratterizza. Continuo a pensare, che del resto scrivere un racconto sia persino più difficile di scrivere un intero romanzo, perché bisogna saper trovare le parole giuste e  adeguate per non tralasciare nulla. Riconosco che Gogol, non delude per quanto i racconti mi lascino quasi spesso insoddisfatta, perché io amo perdermi  nei dettagli. Mi piacciono le storie in cui i personaggi sono ampiamente descritti a livello psicologico, da riuscire a immedesimarmi in loro, e che siano così ben costruiti ad hoc da sembrare veri, quasi come se potessero uscire fuori dal libro.  Nel cappotto, il protagonista è un personaggio penoso, da compatire, che infastidisce il lettore per il suo modo di vivere così insulso e banale. Ma in fondo, riflette un aspetto realistico, quello di diventare così piacevolmente schiavi del lavoro, da non sviluppare nessun altro tipo di attitudine. Inoltre, un altro aspetto su cui riflettevo era il suo accontentarsi, non aspirava a nulla, nessun obbiettivo da raggiungere, nessuna aspirazione e aspettativa futura.
Ma a causa del freddo pietroburghese, si trova a costretto a buttare il suo cappotto rattoppato, definito in senso dispregiativo  "vestaglia".
È  costretto a comprarsi un cappotto nuovo,ma non ne ha le possibilità economiche, i cappotti costano troppo.
E da qui che inizia a diventare grottesco e inverosimile,  dato che il cappotto nuovo, diventa la sua ossessione. Probabilmente l'unico obbiettivo che si sia mai predisposto a realizzare in tutta la sua vita.
In fin dei conti mi è piaciuto molto, mi ha dato tanti spunti di riflessione, nonostante prediliga i romanzi ai racconti.
Riguardo "il naso",come racconto, mi ha convinto molto meno, mi è sembrato più che grottesco,  nonsense, dato che il naso sparisce e ricompare  dalla faccia del protagonista,senza una spiegazione plausibile.

sabato 13 gennaio 2018

Il paese delle nevi di Yasunari Kawabata

Questo romanzo narra lo struggente incontro amoroso tra Komako, una geisha e il protagonista Shimamura. Il titolo è molto emblematico, si riferisce al luogo in cui lavora la geisha Komako, paradiso termale, dove la neve è alta quindici piedi, ma allo stesso tempo il titolo richiama la malinconia dei due protagonisti, che pur amandosi, non riescono mai a dirselo. E’ un romanzo di efficace impatto emotivo, è nostalgico e malinconico, e si evidenzia la maestria dello scrittore nella descrizione di queste emozioni, così tanto da farci credere che i personaggi siano quasi reali, o comunque da farci immedesimare nelle loro inquietudini e tormenti, pur mantenendo un certo distacco.
I Sentimenti dei protagonisti sono candidi e delicati come neve, ma allo stesso tempo freddi, silenziosi, distaccati, nostalgici e incolori come la neve.
Non è un romanzo per tutti, per chi vuole una trama lineare e sensata, ne rimarrà deluso, dato che i fini del libro non è quello di giungere ad una conclusione diretta della storia, ma semplicemente quello di dare massima espressività a quel sentimento chiamato languore, e in questo senso è molto evocativo anche negli scenari, questa insistente ed efficace immagine delle neve, sta a voler rappresentare i sentimenti stessi dei protagonisti, e  Kawabata riesce bene nell’intento, ci trasporta nel paese delle nevi, in cui sentiamo freddo, e quella neve bianca finisce per gelarci il cuore, come fa con i protagonisti.
Io direi che è un libro particolarmente invernale e suggestivo, da leggere però sdraiati a letto sotto il caldo piumone, e preferibilmente con una bella cioccolata bollente, farlo con il freddo del treno, con la neve che si vede dai finestrini, certo era molto evocativo ed efficace, dato che anche il romanzo inizia con una scena simile, però appunto forse troppa immedesimazione, mi ha anche agevolato l’influenza!
Detto questo, giungo alla conclusione che è uno di quei romanzi di difficile apprezzamento e comprensione per un occidentale, perché si respira quella distinta sensibilità e delicatezza giapponese, che difficilmente noi occidentali potremo capire.
Sono infatti certa di non aver colto pienamente tutte le sfumature significative del romanzo.
Ammetto di aver storto gli occhi, dinnanzi a un finale per nulla soddisfacente.
Mi ha lasciato un po’ con l’amaro in bocca, ma credo che questo fosse nell’intento stesso di Kawabata, lasciare per così dire il lettore in sospeso, con un finale aperto, dato che non era quello l’aspetto focalizzant

e del romanzo, sulla quale volgere lo sguardo.
Ma nonostante tutto, non posso far a meno di riconoscere la bravura e la maestria di Kawabata nel catapultare il lettore nel paese delle nevi, con descrizioni molto evocative ed espressive.

Rimango dell’idea che valga la pena leggerlo, almeno una volta nella vita, nonostante sia un libro a tratti incomprensibile e sfuggente, resta un romanzo che lascia il segno a livello emozionale e riflessivo. Dopotutto non a caso , Kawabata è stato il primo giapponese a vincere il premio Nobel per la letteratura nel 1968.

giovedì 28 settembre 2017

Moll Flanders di Daniel Defoe

Quand'ero piccola vidi il film, ma è proprio il caso di dire che il film non centra assolutamente niente con il libro, non ha proprio niente a che spartire con il romanzo.
Il film si propone come la solita storia romantica tra una prostituta e un pittore che si limita a volerla rappresentare. Non so davvero da dove sia saltata fuori questa storia,  tanto valeva allora cambiare nome, dato che quella del romanzo è proprio tutta un'altra storia.
Credo sia proprio il caso di dire, che sia la trasposizione cinematografica meno fedele che possa esistere di un romanzo.
E non che il film faccia schifo, anzi tutt'altro, è molto bello, ma è un'altra storia, insomma tanto valeva proporla come storia originale, l'avrei apprezzato maggiormente.
Quindi ovviamente, quando ho iniziato il romanzo sono rimasta incredula ritrovandomi tutta un'altra storia.
Sapevo che la storia presentava molte differenze, mi era stato accennato, ma non potevo davvero credere che fosse proprio un'altra storia.
Non c'è nulla di quella poesia romantica che si respira nel film, anzi tutt'altro, è un romanzo crudo, che scruta affondo nell'animo umano.
Il romanzo si presenta come una biografia, anche se ovviamente non lo è per davvero, eppure viene fatto un ritratto così minuzioso e preciso della vita di "Moll Flanders" da sembrarci vera, in carne ed ossa, come se fosse esistita veramente.
"Moll Flanders" non è un personaggio positivo nè tanto meno negativo, lei racchiude tutto il male e il bene nella stessa persona.
Defoe narra la miseria e tutte le sue conseguenze, di quanto essa influisca nelle azioni umane.
Dopotutto i peccati di Moll Flanders, sono tutti dettati dalla disperata povertà, nella quale non c'è posto per l'amore e i buoni sentimenti, se si vuole sopravvivere.
Moll Flanders quindi è una povera e scellerata disgraziata, eppure allo stesso tempo viene dipinta come una donna forte, determinata, che riesce sempre a spuntarla, nonostante il destino avverso.
Credo che alla fine, sia stato un romanzo davvero innovativo  per l'epoca in cui è stato scritto, sopratutto perchè è una donna nata dalla penna di un uomo.
Appare sorprendente la bravura di "Defoe" nella rappresentazione così realista di una donna a quell'epoca,  senza renderla artificiosamente troppo buona o cattiva, ma semplicemente umana.
Inoltre si deduce anche una forte idea di emancipazione femminile in questo romanzo,dato che appunto Moll Flanders nonostante la sua travagliata vita di sfortune, riesce con la sua tenacia e ingegno a crearsi da sola la sua fortuna e a condividerla con il marito, che senza di lei, di sicuro non l'avrebbe spuntata. Altra peculiarità è la voglia e la capacità di narrare di Defoe, non c'è nulla del romanzo che sia superfluo, è tutto un groviglio di vicende che ci aiutano a capire e a delineare al meglio il personaggio di Moll Flanders. Inoltre un'altra cosa tanto apprezzata, è che non ci sia nessuna lungaggine descrittiva,dato che appare evidente  che lo scopo del romanzo sia più incentrato su un analisi psicologica del personaggio. E devo ammettere, che purtroppo al giorno d'oggi ben pochi scrittori contemporanei riescono a ritrarre un ritratto così dettagliato e psicologico come Defoe con la sua "Moll Flanders". Forse perchè  di "Moll Flanders" in fondo ne saranno esistite tante nel 700', ragazze con delle storie verosimili a quelle della protagonista,  quindi non fa altro che ritrarre uno spaccato di realtà, raccogliendo una serie d sfortunati eventi che a quell'epoca  ad una donna potevano tutti capitare. Nel romanzo si respira anche tanto il macchiavelico pensiero del principe "Il fine giustifica i mezzi", è come se l'intero romanzo sia intessuto apposta da questa idea. Ovviamente appare evidente anche l'ideale borghese, che siamo noi che con le nostre forze e capacità a determinare la nostra ricchezza.









mercoledì 13 settembre 2017

L' angelo azzurro di Heinrich Mann

Un libro dimenticato in un polveroso e scompigliato scaffale, su una piazza della città di Palermo (Biblioteca privata Itinerante del signor Tramonte).
Questo titolo mi salta all'occhio e mi rammenta il racconto di mia madre di un vecchio film in bianco e nero con "Marlene Dietrich". Senza saperlo, inconsapevolmente mia madre, mi ha passato un briciolo della sua cultura, e così subito lo prendo, ricordandomi con chiarezza la storia del film raccontatami da mia madre, e scopro così che in realtà questa storia nasce da un libro ormai dimenticato.
Ben nota poi è la mia passione per i libri dimenticati.
Poi leggo l'autore "Mann",un nome così conosciuto e noto, "Ma non si chiamava Thomas?" mi dico fra me, poi scopro che non è altro che il fratello di "Thomas Mann".
Anche lui a quanto pare era uno scrittore, ma non ebbe lo stesso successo di Thomas,forse la solita disgrazia dei fratelli e sorelle di scrittori, in cui c'è sempre quello che prevale per fama e successo e l'altro resta al buio.
E' il caso delle sorelle Bronte, in cui prevale Emily Bronte con "Cime tempestose" e "Jane Eyre"di Charlotte Bronte, e la sorella Anne Beronte con "Agnes Grey" non resta che la brutta copia di Jane Eyre.
Intuendo questa situazione, il libro non poteva che parlare del senso di inettitudine e inadeguatezza, tema ricorrente nel romanzo, che secondo me resta un tema a tratti autobiografici, anche per il senso di rivalsa e di competizione che il professore Raat nutre nei confronti dei propri studenti, secondo me può essere metafora della rivalsa di Heinrich nei confronti del fratello Thomas.
Ovviamente appare evidente anche l'aspra critica alla rigidità e al proibizionismo della scuola tedesca in epoca guglielmina.
Non mi sorprende che il romanzo sia stato dimenticato e non sia stato ristampato, perchè tratta un tema forse troppo lontano dai giorni nostri, e poi appare pressapoco difficile rispecchiarsi nel personaggio antieroe del professore Raat che predica bene, ma primo o poi finisce per razzolare male, può a tratti far pena e suscitare compassione, per la sua misera e piccola esistenza, che cerca di ingigantire e rafforzare nutrendosi di etica e moralità smisurata, che scade nel bigottismo e perbenismo forzato,e alla fine si perde, non trovando più appigli alla quale appigliarsi. Ma nonostante la pena, la compassione, non si simpatizza per questo personaggio, ed è evidente che l'intenzione fosse quella di provare disprezzo e ripugnanza per quella rigidità borghese e tipicamente tedesca, che Heinrich Mann disdegnava. E all' epoca poteva essere un libro particolarmente dibattuto e che suscitasse scalpore e scandalo, mentre adesso letto in questa epoca, perde quelle sua importante sfumatura di significato, tale da rendere la lettura noiosa e pedante tanto quanto il personaggio principale, però in un certo senso, da questo libro possiamo tracciare un pezzetto di storia, pur senza leggere libroni prolissi di storia,è questa forse la cosa affascinante dei classici, che anzichè leggere in linee generali, attraverso lunghe pagine di saggi di storia, possiamo immergerci in quella realtà, scoprire gli usi e i costumi di un'epoca in un determinato paese, pur senza esserci mai stati, pur non avendo vissuto quell'epoca e come ci riesce un classico, non ci riuscirà mai nessun altro saggio e tomo di storia!Quindi se vi interessa conoscere qualcosa del periodo guglielmino, questo può essere un ottimo libro. Quello che sicuramente ha calamitato poi la mia attenzione è la rappresentazione grottesca, esasperata e quasi tragicomica delle vicende che portano il professor Raat da essere l'uomo virtuoso rigido e moralista,all'uomo rivoltoso e vizioso, caduto vittima di un amore miserabile quanto la sua infida esistenza.



lunedì 4 settembre 2017

La chiusa di Jean Pierre Faye

Poche notizie su un libro come questo, finito nel dimenticatoio nonostante l'autore avesse vinto il premio "Renaudot nel 1964", avrà forse fatto più scalpore in patria, che da noi? Chissà.

In Italia, non è stato è più ripubblicato, ed io sono in possesso della prima e ultima edizione del 1967, grazie appunto alla "Biblioteca privata itinerante" di Palermo del signor Tramonte.

Questo libro mi ha colpito particolarmente per il suo periodo storico, è ambientato proprio in quel periodo storico in cui Berlino era ancora divisa a metà.
Tuttavia lo scrittore non nomina mai espressamente "Berlino", eppure appare chiaro e verosimile il riferimento.
Un romanzo che raccoglie le emozioni, i sentimenti, di chi viveva in una Berlino divisa a metà, e che non sa da parte stare."Si sta meglio dall'una o l'altra parte?" E' questo che spesso si chiede Vanna, la protagonista del romanzo, che non riesce mai a scegliere nè da che parte stare, nè con quale uomo stare, e alla fine la scelta viene lasciata al  crudele destino.
Vanna trova sempre degli escamotage per passare dall'una o l'altra parte, ma alla fine la scelta è inevitabile. Si è sempre costretti a fare delle scelte, o altrimenti lo faranno i fattori esterni.

Un romanzo dal sapore amaro e incompiuto: Intriga per l'alone di mistero, che aleggia  sfogliando  le varie pagine, ma che si conclude come se  fosse stato lasciato in sospeso e il finale appare così sfuggente e malinconico.

Avrei preferito che tante cose fossero state chiarite, come per esempio la cerchia di Carl Otto, quel gruppo di persone con la quale Vanna entra in contatto, dato che non si riusciva ben a capire se fossero dei terroristi o meno. E' molto probabile che fossero coloro che già pensavano di far cadere il muro di Berlino. Ma  all'epoca, in cui fu scritto il romanzo, forse l'autore non godeva della libertà di poterne parlare con chiarezza,altrimenti il romanzo sarebbe stato penalizzato con la censura, e così l'autore ha preferito essere molto enigmatico al riguardo, lasciando una trama sfumata, in cui ci si focalizza molto di più sui sentimenti che la divisione di una città comporta,la desolazione, l'abbandono, l'insoddisfazione, l'idea che da quell'altra parte forse si stia meglio e la curiosità, la voglia di scoprire cosa c'è dall'altra parte, e quel bisogno di essere amati e accettati, in qualunque parte ci si trovi.
E poi la morte misteriosa, come quella di un suicidio, o come quella di un incidente forse premeditato, anche qui l'autore non dà molte risposte, e questo in un certo senso delude il lettore dopo 296 pagine di romanzo. Tuttavia non posso neanche dire che non sia valsa la pena leggere questo romanzo, dato che fa rivivere un momento storico di cui non parla ormai quasi più nessuno, e resta comunque, sempre un tema attuale, dopotutto la Corea si trova ancora in questa situazione, e da quello che possiamo ben notare dai fatti di cronaca attuale, è un problema che non si può affatto trascurare.
.






venerdì 26 maggio 2017

Povera Gente di Dostoevskij

Difficile recensire, un'opera del grande e intramontabile "Dostoevskij"
Di solito preferisco limitarmi a recensire, libri meno impegnativi, nonostante le letture classiche siano le mie preferite, e soprattutto io amo, adoro Dostoevskij, andrei a San Pietroburgo solo per visitare casa sua!Le recensioni sui classici della letteratura straniera, credo richiedano una recensione più accurata e ben definita, ed io rischio di fare qualche scivolone.
Cercherò di essere abbastanza esaustiva,
Intanto questo è il primo libro scritto da Dostoevskij, e si deduce dallo stile ancora immaturo e acerbo.
Si nota già dalle prime pagine, che non è lo stesso,  Dostoevskij, al culmine del suo successo, con "delitto e castigo", ma bensì il Dostoevskij giovine e ancora insicuro delle sue capacità e possibilità.
Lo stile infatti non è eccelso, ma molto imperfetto, e si nota anche come lui usi  spesso il protagonista,per parlare di sé stesso, del suo bisogno di scrivere, e del suo desiderio di raggiungere l'eccellenza in questa arte, ma di come si senta inadatto a perseguire tale scopo.
La trama è più o meno semplice, ci sono questi due ragazzi cugini di secondo grado, un ragazzo e una ragazza che si scrivono lettere.
Ebbene si, è un romanzo epistolare,e badate io sono una di quelle che odia i romanzi epistolari, però devo ammettere che tutto sommato, non è risultato poi così spiacevole da leggere, forse perchè come in "la peste" di Camus, si denota in maniera meno esplicita, che i veri protagonisti non sono i due ragazzi, ma la loro condizione di povertà. E' proprio la povertà, la vera protagonista indiscussa dell'intero romanzo, che muove i fili dei due protagonisti, come se loro fossero solo due marionette sospinte dalla povertà incombente, che porta persino ad una crisi di valori e desideri.
La povertà, come una condizione, che lacera e dilania l'animo dei due protagonisti, portando al dolore, e persino alla rinuncia dei loro reali desideri, fino a corrompere i loro stessi ideali.
Non è un romanzo leggero, come del resto quasi tutti i romanzi di Dostoevskij, non lo sono, però in questo romanzo, in particolar modo, la lettura si fa molto pressante, cupa e inquieta, perchè  riesce a metterti nei panni dei due protagonisti, e insieme a loro vivi quella situazione scomoda che è la povertà, in un soffocante e avvilente crescendo, che diventa quasi insostenibile.
Vorresti in qualche modo, aiutare i protagonisti, ma sai che non c'è alcun modo, alcuna soluzione, e così ci sono momenti in cui sei quasi costretto a sospendere la lettura, perchè non vuoi leggere argomenti così scomodi e spiacevoli, ed è proprio quello che Dostoevskij afferma appunto sulla povertà, che risulta scomoda e fastidiosa per i ricchi, che non ne vogliono appunto sentir parlare, ed è proprio così che mi sono sentita anche io nell'approcciarmi a questo romanzo.
Una delle frasi che poi ha attirato spiccatamente la mia attenzione è il finale così aperto e sospeso, in cui una piccola nota positiva si delinea nel miglioramento dello stile, della formazione del protagonista come scrittore, quindi in un certo senso il fragile coronamento di un piccolo sogno, nella quale la povertà non può del tutto vincere, un piccolo margine di speranza che Dostoevskij ha voluto dare ai due protagonisti della storia. Spero di essere stata abbastanza chiara ed esaustiva! Buonagiornata!






Post in evidenza

La signora delle camelie di Alexandre Dumas fils

Questo libro volevo leggerlo da tantissimo tempo, e stranamente l'ho trovato meno pesante di quello che credessi, in tre giorni l'h...