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sabato 13 agosto 2022

Conversazione in Sicilia di Elio Vittorini

In quest'ultimo periodo, sto riscoprendo gli autori italiani del 900', Elio Vittorini è uno fra questi. 
In questo romanzo "Conversazione in Sicilia", tra i più famosi e capisaldi della sua scrittura si respira la nostalgia della sua terra natale, una Sicilia calda e accogliente, ma allo stesso tempo anche inospitale e povera, piena di contraddizioni. 
In questa storia non accade moltissimo, semplicemente, il nostro protagonista intraprende un viaggio dalla Lombardia alla Sicilia, ritornando al luogo in cui è cresciuto, e da lì capirà le grandi differenze tra Nord e Sud, fino a giungere ad un' esagerata esaltazione del Nord, racchiusa nella figura quasi leggendaria e mitologica del "Grande Lombardo". Da una parte il protagonista vuole discostarsi dalla sua terra d'origine, ma dall' altra avverte una stretta appartenenza ad essa. 
Il protagonista finirà per elogiare "l' uomo lombardo" in modo quasi imbarazzante, fino a sfociare in una forma di razzismo verso le proprie origini meridionali, come se, per essere dei veri gran uomini sia necessario possedere origini lombarde. 
Tuttavia, la madre stessa smentirà le sue convinzioni, d'altro canto, dalle lunghe conversazioni riflessive con lei, emergerà che il vero "Grande Lombardo" non è che un miraggio. 
In fondo, tra Nord e Sud non esistono tutte queste enormi differenze, anzi, spesso e volentieri, sono solo delle costruzioni dialettiche e mentali degli uomini. 
Sono gli esseri umani stessi a volersi distinguere dagli altri, tanto da credersi con presunzione e arroganza tanto diversi, così da potersi distaccare, creando disparità e separazione fra loro.
Elio Vittorini conclude, intuendo che non esiste "il vero Grande Lombardo", così da farci intuire, che non esiste neanche un' Italia meridionale e settentrionale, ma esiste solo un' unica terra su cui viviamo.
Per quante differenze gli italiani potrebbero inventare e raccontare su di sé, in fondo, sono tutti più o meno simili e dovrebbero smetterla di arrampicarsi agli specchi, pur di sentirsi superiori agli uni o agli altri.

martedì 9 agosto 2022

Martin Eden di Jack London

Un libro completamente diverso dai canoni letterari di Jack London, di solito si ricorda generalmente questo scrittore per libri per ragazzi di avventura come "Zanna Bianca" e "il richiamo della foresta", genere che onestamente neanche da bambina mi ha mai coinvolto. E poi, da adulta faccio la scoperta di un altro Jack London forse più boicottato, un romanzo più riflessivo e di formazione come Martin Eden che a tratti ricorda un Jude l' oscuro di Thomas Hardy, ma con atmosfere meno fosche e cupe, di sicuro è un libro un po' autobiografico e con un' aspra critica alla società e alle convenzioni, ma non racchiude quel pessimismo imperante e negativo di Thomas Hardy, laddove la conclusione sfocia nella tragedia più assoluta.
Non lo avrei mai detto, che mi sarei ritrovata a leggere ben volentieri un libro di Jack London e che potesse aver scritto un libro così diverso e più corrispondente ai canoni letterari e classici.

giovedì 16 giugno 2022

Il suono della montagna di Yasunari Kawabata.

Mi dispiace un po', perché "il paese delle nevi" dello stesso autore mi era piaciuto molto, non era un libro di facile lettura, ma, era molto evocativo e mi aveva lasciato delle impressioni molto suggestive e forti sulla neve, che a distanza di tempo, mi sono rimaste impresse.
Mentre questo romanzo "il suono della montagna" mi ha deluso molto. 
Mi aspettavo dei richiami forti alla montagna, un libro che mi portasse lì e invece niente.. a parte, dei richiami carini ai fiori particolari giapponesi, qualche riflessione seppur vaga, questo libro non mi ha lasciato nulla. 
Non ho capito l' intento, cosa l' autore volesse comunicare. 
C'è un introspezione limitata al protagonista, il capo famiglia nonno e padre, sulla sessantina, ma non è neanche così potente. 
Poi, la confusione sui nomi, "Kuniko" e "Kikuko", certo che, se uno decide farsi l'amante, scegliersela almeno con un nome ben diverso, da quello della moglie; Io la inserirei come regola base di ogni tradimento.
L' unica cosa che mi è piaciuta è il modo in cui Kawabata, lasci intuire i sentimenti, come anticipa l'idea di un amore platonico, celato e proibito,  ma, senza dirlo chiaramente, ne parla in modo velato, con una delicatezza unica e singolare tipicamente giapponese, eppure, 
allo stesso tempo, il lettore lo riesce comunque a percepire. 
Questa resta una caratteristica unica e intramontabile di Kawabata, il suo modo di raccontare dell' amore e della sua impossibilità di comunicarlo ed esternarlo liberamente, per vincoli familiari e sociali.  A parte questo, resto dell' idea che sia il libro sbagliato da leggere di Yasunari Kawabata, ritengo che il paese delle nevi sia più riuscito, perché risveglia e stimola i sensi, ti porta e conduce direttamente sulla neve, te la fa vivere e immaginare. 
Mentre, qui, io la montagna non l' ho vista proprio. Ho soltanto percepiti strascichi di conflitti familiari irrisolti, neanche spiegati bene, e che per tutto il romanzo sono rimasti tali e quali sin dall' inizio alla fine, senza una spiegazione, uno sviluppo. Infatti, non esiste un vero e proprio finale, 
è come se restasse aperto e sospeso nell' etere, o perché no sulla montagna.



sabato 28 maggio 2022

L' origine della specie ( abbozzo del 1842) di Charles Darwin.

L' origine della specie (abbozzo del 1842) di Charles Darwin rappresenta l' inizio, il preambolo delle importanti tesi e scoperte scientifiche di Charles Darwin. 
È un testo saggistico di notevole importanza, particolarmente complesso da leggere, ma che lascia molto, induce il lettore ad un pensiero più analitico e aperto verso la natura, le specie animali e l' uomo. Un libro che suggerisco di leggere, anche se, non siete ferrati in materie scientifiche, una volta ogni tanto fare uno sforzo in più per leggere qualcosa, anche non proprio nelle proprie corde, be' ne vale veramente la pena per avere una visione più ampia e completa del mondo che ci circonda. Inoltre, essendo solo l' abbozzo del libro completo sull'origine della specie di Charles Darwin, che consta invece di 300 pagine e passa, direi che è un buon modo per avere un' idea breve e intensa delle teorie di Charles Darwin senza, però strafare troppo.

venerdì 27 maggio 2022

Solzenicyn una giornata di Ivan Denisovic, la casa di Matrjona e alla stazione.

Tre racconti di miseria e guerra, mi aspettavo dei ritratti della guerra più sconvolgenti e sanguinosi, e invece l' ho trovato, soprattutto sull'ultima storia vago, confusionario e monotono. 
Ovviamente, non è forse il miglior libro da leggere di Solzenicyn, una figura di opposizione contro il comunismo staliniano di grande importanza, che nei suoi romanzi ha confessato e reso noto al mondo tutte le nefadenzze e ingiustizie del regime comunista staliniano, raccontando dei Gulag, essendo stato lui stesso prigioniero dentro un Gulag.
Amnesty International si è interessata a lui, di sicuro una figura di grande importanza per rendere note a tutti le ingiustizie, i diritti umani e le libertà a lungo calpestate del regime dittatoriale comunista da non discostarsi più di tanto da un regime dittatoriale fascista o nazista. 
Ovviamente, è un premio Nobel per la letteratura,
 è per quanto la scrittura risenta tanto della traduzione perdendo quella sua particolarità nello stile, posso dire, comunque che è un autore che valga la pena leggere, forse, non tanto questa serie di racconti, anche se il primo devo dire che l' ho trovato veramente molto forte e notevole. 
Si evince dalla prima storia la conoscenza minuziosa dello scrittore verso i gulag, essendo stato lui stesso un prigioniero politico, a causa delle sue idee contrarie al regime. 
Tuttavia, a parte la prima storia e la seconda, sulla terza ho perso un po' il filo, la lettura è diventata sempre più monotona e di difficile comprensione. Di sicuro, l' ordine delle storie non è di aiuto, io avrei seguito una linea temporale differente, avrei invertito l' ordine delle storie partendo con "la casa di Matrjona", per poi entrare sempre più nel vivo, dentro le dinamiche della guerra, con "alla stazione" per poi concludere con "Una giornata di Ivan Denisovic", così il ritmo sarebbe stato più incalzante e avrebbe lasciato al lettore un maggiore senso di oppressione. 
Tuttavia, ritengo che libri come questi, che affrontino tematiche delicate come la guerra siano storie che vadano lette, ora più che mai, anche se, devo ammettere che competere con "l' ospite" di Hwang Sok-Yong sia veramente difficile.
Quel libro sulla guerra delle due Coree mi ha devastato e scioccata mentalmente per le sue immagini di violenza così agghiaccianti, quel libro è la Guerra e l' aberrazione che essa comporta, aldilà di dove avvenga e del tipo di guerra, io credo che quel romanzo utilizzi un linguaggio efficace, forte e universale da potersi comparare a qualsiasi guerra avvenga, in qualsiasi angolo del mondo.

lunedì 18 aprile 2022

Canne al vento di Grazia Deledda

Grazia Deledda è stata la prima scrittrice italiana a vincere il premio Nobel per la letteratura nel 1926. 
In "Canne al vento" Grazia Deledda ci trasporta a Nuoro, in Sardegna, in un ambietazione del sud piena di vegetazione, colma di vita, di fichi d'india ed euforbia, 
i frutti e le piante più citate nel romanzo. 
Si percepisce quest' atmosfera del sud Italia, viva e calda, ma allo stesso tempo la calura avvilente tale da surriscaldare troppo gli animi, fino a consumarli. 
C'è un profondo stato di autocommiserazione e rassegnazione in questo romanzo, è come se tutte le speranze siano destinate a morire in questa terra meravigliosa, ma desolata.
La trama non spicca di originalità, ma quello più colpisce è lo stile di Grazia Deledda, considerando anche gli studi limitanti raggiunti, solo la quarta elementare, e poi è stata un autodidatta. Molti la mettono a confronto con Verga, con il suo verismo o l'assocciano al naturalismo, ma in realtà volerla incasellare in una sola e unica corrente letteraria sarebbe riduttivo. 
In Grazia Deledda percepiamo delle atmosfere molto cupe, con rievocazioni sacre e religiose, da romanzo gotico, variegato con il folklore sardo.
Non posso dire che sia tra i miei romanzi preferiti, ma è stata una buona lettura. 
Mi ha colpito particolarmente per questa buona capacità descrittiva trascinante, da saperti condurre in Sardegna, facendoti vivere le atmosfere di un luogo e di un' epoca  passata. Offre anche una panoramica sulla condizione delle donne in quel periodo, dimesse al patriarcato, e poi racconta il servilismo, la completa devozione del servo verso i propri padroni, da rinunciare completamente alla propria esistenza, stando in balia dei voleri e necessità dei propri padroni, come un cane prostrato e fedele. 
Inoltre, il titolo è molto esaustivo: ci suggerisce che l' essere umano è come una canna trasportata dal vento, capace di piegarsi, adattandosi all' ambiente in cui vive, ma senza spezzarsi.


lunedì 4 aprile 2022

Claudelle di Erskine Caldwell

Claudelle è la storia di una ragazza di campagna, figlia di contadini poveri,
che riceve una delusione d'amore tanto grande e dolorosa, da perdersi completamente. 
La protagonista inizia a sfruttare gli uomini, per ottenere tutto ciò che vuole soldi e regali, offrendo in dono il proprio corpo.
Del resto, la madre non le ha dato degli ottimi consigli, dopo la delusione d'amore ricevuta. 
Erskine Caldwell utilizza uno stile secco e asciutto, la lettura è piacevole, anche se può rivelarsi, forse troppo ridotta all' osso. Ovviamente, non si cade mai sull'esplicito. Non si raccontano mai nel dettaglio i rapporti sessuali, ma, se ne fa sempre un chiaro riferimento.
La sessualità di Claudelle viene raccontata dal narratore, senza esprimere dei giudizi, anche se, sul finale tragico e disperato, possiamo cogliere in Erskine Caldwell una denuncia sociale, verso il bigottismo cattolico dell' epoca. 
È un bel libro perché l' autore non si espone, non spiega e non prende una posizione né positiva né negativa su Claudelle, ma lascia che gli eventi della storia ci inducano a provare empatia per lei, per la povera Claudelle tanto sciagurata e sventurata. Nel complesso la lettura è stata appagante e piacevole, anche se, la prosa è molto risicata, da non lasciarmi moltissimo, rispetto ad altre letture di questo genere, mi torna in mente il pieno coinvolgimento struggente che ho provato per "Tess D'urbenville" di Thomas Hardy.



martedì 29 marzo 2022

Corto viaggio sentimentale di Italo Svevo

In questa breve opera all' inizio si respira un Italo Svevo con un' ironia arguta, ma più spensierata, rispetto allo Svevo della "coscienza di Zeno", fino a che non si arriva a metà romanzo, in cui si torna alle tematiche tanto care a Svevo, la fatica di inserirsi nella società, la fatica degli esseri umani a comunicare per davvero fra loro, 
l' innetitudine e la sensazione di alienazione dalla propria esistenza. 
Nella sua brevità si assoppora Svevo in piccole dosi, anche se, l' ho trovato su molti punti di difficile comprensione. 
Il turbine di idee e pensieri del viaggiatore sono spesso vaganti e dispersive. 
Gli incontri e scambi di dialoghi in molti casi a dir poco seccanti e noiosi. 
L' incompiutezza dell' opera si fa sentire, risuona più volte, lasciando il lettore con una sconfinata amarezza. 
Per me, non è di sicuro il romanzo migliore di Italo Svevo, sarà per la sua incompiuta brevità e per la ripetizione di incontri sul treno, che non mi hanno lasciato molto di significativo, com' è stato, invece, nella lettura della "Coscienza di Zeno".

venerdì 28 gennaio 2022

Il conte di Montecristo di Alexandre Dumas

Tutti conosciamo la storia di questo romanzo, eppure, posso dire al contempo che non l' abbiamo mai conosciuta per davvero, nella sua interezza, se non abbiamo letto il libro. 

Sono stata realizzate diverse trasposizioni cinematografiche di questo bel mattone francese, ma nessuna gli fa dignitosamente giustizia, forse per certi versi la miniserie con Gerard Depardieu conserva quel minimo di fedeltà narrativa, ma non rende abbastanza, da eguagliare la magnificenza della parole scritte da Dumas.

Da bambina mi domandavo perché Edmond Dantes volesse vendicarsi, insomma, dopo 14 anni di prigione, perché non rifarsi una nuova vita come si deve ed essere felice? Mettere da parte il passato, e crearsi una nuova vita! Forse, era l'innocenza fanciullesca a guidare questi miei pensieri, oppure, semplicemente, che da una serie TV non si riusciva a cogliere la durezza della vita di Edomond Dantes passata in prigione, perché in una narrazione intessuta da una sequenza di immagini, non si metteva efficacemente a fuoco l'ingiustizia, la sofferenza patita e il rancore a lungo covato dal protagonista.
Il punto è che si possono vedere tutte le trasposizioni cinematografiche di questa storia, ma ciò che vi permetterà veramente di entrare veramente in contatto con il vero conte di Montecristo, sarà soltanto il romanzo. Soltanto attraverso i pensieri e il vissuto disperato, descritto dalla penna di Dumas, entrerete nell' inquietudine e sofferenza di Edmond Dantes. 
Soltanto così potrete entrare in sintonia ed empatizzare con lui, con il conte di Montecristo ed esplorare la sua vera umanità, non certo priva di difetti e non esula da manie di grandezza.
Ed è paradossale perché, questa simbiosi che il lettore crea con il protagonista, potrà ai suoi occhi renderglielo anche odioso e irritante, dato che si professerà il perfetto sostituto della provvidenza, o perché no, anche di un Dio sceso in terra per punire i colpevoli e premiare gli amici fedeli. 
Tuttavia, anche questo fa parte dei grandi romanzi classici più riusciti, ovvero, per intenderci quello di mettere in discussione la stessa figura positiva del protagonista, che può di colpo tramutarsi in un antieroe, quando persegue fino all' ultimo la vendetta, trascinando su di essa anche vittime innocenti. Quando per così dire il protagonista diventa macchiavelico, pronto a tutto pur di perseguire i suoi fini vendicativi, da non volersi fermare dinnanzi a niente e a nessuno. Eppure, il suo comportamento appare giustificabile e lineare, appare ragionevole e sensato il suo passaggio per così dire al lato oscuro, ma lo stesso percepiamo che c'è qualcosa di negativo e sbagliato nella vendetta che è sul punto di protrarre.

È interessante perché dal momento in cui la vendetta viene portata a compimento ci si allontana dal protagonista, e se in un primo momento godiamo della buona riuscita delle imprese di Edmond Dantes,  più avanti smetteremo di farlo e vorremmo che il protagonista si fermasse. Eh, si finiamo noi stessi per vacillare, per sperare che il protagonista si fermi giusto in tempo, rinunciando alla propria vendetta personale, rendendoci perfettamente conto, che andrà a colpire anche chi non c'entra nulla, e quindi, questa non può più chiamarsi giustizia.

Dumas sposta l' attenzione su altri personaggi, sui legami di parentela dei malfattori, e così come in un gioco di specchi, la vendetta si riflette agendo anche su di loro, ripercuotendosi anche su soggetti inconsapevoli e innocenti. 

Edmond Dantes si ritrova a mettere in discussione più volte i propri propositi di vendetta, e non solo in ricordo del suo caro amore giovanile verso Mercedes, come viene narrato spesso nei film, giusto per semplificare e per dare alla storia un sapore più romantico. No, in realtà, Edmond finisce per legare molto con il figlio di Mercedes, Albert de Morcef, di cui inizia a nutrire una profonda stima. 
E poi la questione importante che si pone è "perché i figli devono pagare delle colpe dei genitori?".

Poi, a sua volta la vendetta mano mano che si protrae può volgere a discapito dei suoi stessi amici, come il caso di Maximilien e Valentine, non potevo non citarli perché la loro storia d'amore mi era sempre piaciuta, ne serbavo un buon  ricordo vago nella miniserie con Gerard Depardieu, e ricordava anche l' accattivante, quanto maligna figura dell' avvelenatrice. Tuttavia, il romanzo rende la loro storia ancora più commovente ed emozionante. Comunque, sarebbe riduttivo accennare solo a questi due personaggi degni di nota, perché nel conte di Montecristo ce ne sono una miriade di storie di personaggi e di intrecci, e sono tutte storie coinvolgenti e da scoprire. 
Sarà anche un romanzo di puro intrattenimento ottocentesco, ma è anche ben scritto.

La penna Di Dumas in mille pagine e passa, non annoia mai, tiene viva la suspence e l' interesse del lettore fino all' ultimo. 

Non è tanto la descrizione degli ambienti a guidare la scrittura di Dumas, tanto più le dinamiche umane. In un romanzo così maestoso e prominente Dumas racchiude tanti personaggi buoni, belli, brutti e cattivi, racconta i peccati di cui si sono macchiati e perché no, anche le loro virtù, come dentro ad una matrioska.

Si focalizza raramente sugli ambienti, eppure, in quelle poche e immediate pennelate descrittive riesce ad essere efficace, proprio come un pittore, delineando perfettamente i paesaggi e i posti in cui ci troviamo. 

Potrei fare un elogio infinito a questo romanzo, ma non credo che riuscirei mai a rendere precisamente l' idea di quanto sia stato affascinante e magnifico, anche nella sua prolissità, che non è mai dispersiva, ma  magnetica. 

Cosa altro posso dire, se non invitarvi a leggerlo, solo se lo leggerete potrete cogliere la vera essenza di questa storia, che voracemente la si divora o forse è essa a divorare voi, perché vi farà fremere della voglia di sapere come andrà a finire, eppure vi direte di aver già visto il film e la miniserie TV, quindi, dovreste già saperlo come va a finire, e invece la risposta è NO;
perché la storia è talmente intersecata, mi verrebbe da dire un termine siculo, usato  spesso da mia madre: "talmente inturciuniata", che no, non saprete come districare questa grande matassa, e non ricorderete più come si districavano i fili della storia, perché vi perderete dentro la dettagliata narrazione e nelle eccelse ed elaborate macchinazioni del Conte, ben diverse da quelle già viste e conosciute nei film.

Poi, ci sono  ci sono storie di cui nei film non si è mai parlato, per esempio Eugenie, la figlia di Danglers, anche questo un personaggio degno di essere accennato, soprattutto, perché si denota un esempio di emancipazione femminile molto avanti, rispetto all' epoca in cui l' opera è stata scritta.
 

sabato 8 gennaio 2022

L' uomo in bilico di Saul Below

Joseph aspetta la chiamata alle armi, ma questa chiamata per ragioni burocratiche tarda ad arrivare. Se in un primo momento, il protagonista è compiaciuto della sua libertà e salvezza, a lungo andare se ne stufa.
La storia scritta da Saul Below è sottoforma di diario, Joseph narra in prima persona, i sei mesi di attesa, che diventano sempre più insostenibili, come un incubo ad occhi aperti o una condanna dell' esistenza, quella di stare sotto le sue quattro e confortevoli quattro mura; a vedere la sua vita scorrere e susseguirsi in giorni quasi sempre tutti uguali, nella sua piena e piatta calma, piuttosto che andare in guerra. 
Su alcuni punti questo stato di attesa e immobilità mi ha ricordato "il deserto dei tartari"di Dino Buzzati, ma non raggiunge mai quei livelli di riflessione così elevati, e più avanti mi ha fatto pensare al senso di inadeguatezza e inettitudine riscontrati nella "coscienza di Zeno"di Italo Svevo, ma anche qui non tocca l' apice di quella corposa introspezione psicologica. 
Appare come la sintesi di entrambi i due romanzi, almeno di quei due concetti di alienazione e inabilità all' esistenza, e al disadattamento alle regole sociali, ma senza assorbirli ed esaurirli del tutto. 
Nel complesso, mi è piaciuto molto, è stato una vera rivelazione, non conoscevo questo scrittore, e ho colto anche degli aspetti originali e sarcastici interessanti. 
Mi è piaciuto tanto il tu per tu con la propria coscienza, quelle conversazioni intime con il proprio io. E dopotutto, non siamo tutti un po' come il protagonista: Quando andiamo a lavorare detestiamo il nostro lavoro, e quando finalmente abbiamo le opportunità di lasciarlo per un motivo o per un altro, alla fine, se all' inizio la situazione ci gusta, ci piace, riteniamo di esserci riappropriati della nostra libertà di fare ciò che più ci piace, più avanti invece, questa libertà ci mette a tu per tu con la nostra interiorità e comincia a starci sempre più stretta.
Tutto quello che un tempo facevamo con piacere,  finisce per tediarci,si transforma in routine e monotonia. Avvertiamo necessariamente il bisogno di svolgere il nostro dovere sociale, e in questo caso il protagonista giunge persino alla decisione, di preferire, anelare di andare in guerra, piuttosto che restare immobile e ciondolante, senza uno scopo preciso, dentro la sicurezza della propria casa. Mentre, altri ne sono terrorizzati e si rifiutano ad andare sotto le armi , accampando scuse, il protagonista suo malgrado, con l' acqua alla gola, sfinito dalla sua stessa libertà, si rimette felicemente all' obbligo dell' irreggimentazione, al paternalismo e al regolamento, finalmente, liberato da sé stesso, dal dover convivere così a tu per tu, con la propria interiorità.

martedì 4 gennaio 2022

Una ragazzina di nome Sooner di Suzanne Clauser

Commovente storia di una ragazzina abbandonata a sé stessa, che vive in condizioni penose, cresciuta da una vecchia megera, fino a che non incontra una coppia di neosposi, che non riescono ad avere figli. La storia non brilla certo per originalità, ricorda molti classici dell' infanzia famosi come "Anna dai capelli rossi",tuttavia, non posso dire che sia stata una lettura spiacevole. Una cosa che mi ha fatto storcere un po' il naso, è che la storia indaghi tanto sull'introspezione della coppia, Elizabeth e Mac, ma molto meno sulla bambina. Strane e curiose anche certe descrizioni piuttosto spinte, dato che il sesso tra la coppia viene più volte  raccontato, senza eccessivi filtri. 
Di sicuro, non è tanto un romanzo per l' infanzia, credo sia più rivolto ad un pubblico adulto. Oltre al sesso, viene raccontata l' efferata e gratuita violenza verso gli animali, con scene e immagini piuttosto forti.

lunedì 6 dicembre 2021

Il mago di William Somerset Maugham

Il mago di William Somerset Maugham, prende ispirazione da un personaggio misterioso e inquietante realmente conosciuto da Maugham, Aleister Crowley un praticante di occultismo. In questo romanzo Maugham si rifà a " Dracula" di Bram Stoker e a "Frankenstein" di Mary Shelley. Maugham amalgama brevemente e sapientemente elementi gotici ed horror, ma resta una lettura di mero intrattenimento, senza fare un' analisi psicologica dei suoi personaggi e senza ricche riflessioni di fondo, com' era in Frankenstein di Mary Shelley e senza gli eccessivi moralismi cattolici pregnanti in Dracula. Mi è piaciuto lo stile diretto e spedito del romanzo, però, ho sentito verso la fine della storia che mancasse qualcosa, forse un po' di quella suspence presente in Dracula e in Frankenstein. Non sono riuscita a lasciarmi trascinare dalle vicende, non ero in ansia e in trepidante attesa di sapere cosa sarebbe accaduto ai protagonisti, non mi ha coinvolto, perché i personaggi erano psicologicamente fin troppo piatti, privi di spessore e non sono entrata in empatia con loro, da lasciarmi travolgere dall' incombente finale, tanto che ho dovuto leggerlo piú di una volta, perché verso la fine la mia mente vagava altrove. Mi piace lo stile di Maugham, ma questo romanzo forse è stato troppo coinciso, eccessivamente incentrato sullo svolgimento degli eventi, perdendo di vista la caratterizzazione dei personaggi, la loro analisi psicologica e anche l' aspetto magico. In realtà, di occultismo, magia e alchimia, argomenti che tanto mi piacciono be' se ne parla poco, vengono solamente accennati ai fini strettamente necessari della trama. Tuttavia, è uno scrittore che vorrei continuare a leggere, ha dei tratti distintivi e singolari nello stile, poi la sua vita travagliata, il suo non considerarsi mai abbastanza e all' altezza dell' essere considerato un grande scrittore, ha attirato il mio interesse. 

lunedì 22 novembre 2021

La chimera di Sebastiano Vassalli

Questo romanzo storico riporta in vita il seicento nell'Italia settentrionale, tra Milano, in particolar modo Novara, e poi Zardino, un paesino piementose che ormai non esiste più. È un libro denso di storia medievale, riporta tutti gli usi e costumi di quell' epoca: dominazione spagnola, misticismo, superstizione, santa inquisizione, la vendita delle indulgenze, gli inganni e la corruzione del clero, i quistioni preti fatuccheri fasulli e imbroglioni che si rifuggiavano nei paesi sperduti lungo le montagne. Sebastiano Vassalli ci parla anche delle risaie, dell' estenuante lavoro dei risarioli per la coltivazione di riso, sul paesaggio paludoso e umido di Novara. 
È un libro ottimo per uno studioso e appassionato del medioevo e per chi ne vuole sapere di più di questo periodo storico. Ma se come me avreste voluto leggere della storia della strega di Zardino non ne sarete ampiamente soddisfatti, perché la storia della strega è un pretesto di saggistica sociologica, di ricostruzione di quel periodo storico buio. Non si può dire che sia un libro brutto, ma è un libro difficile, non per tutti. Per leggere certi libri ci vuole una certa maturità intellettuale credo, o semplicemente avere un gusto letterario vasto, da saper apprezzare il lavoro dello scrittore che in questo caso non è tanto più quello di raccontare una storia, tanto più quello di ricostruzione e indagine di un periodo storico così grigio e spento. Pur non amando il genere, ho saputo cogliere e apprezzare la critica tagliente di Sebastiano Vassalli sul medioevo e di quanto spesso e volentieri, alcune situazioni del medioevo si ripetano, quando al posto della scienza ci si affida a dicerie e a superstizioni contemporanee e moderne, in voga. Riguardo la storia della strega di Zardino non mi sono ritenuta abbastanza soddisfatta, avrei voluto sapere di più su di lei, entrare più in empatia con questo personaggio, e invece Vassalli se ne discosta, si tiene sempre distante dai suoi personaggi, in special modo da Antonia. Non è un romanzo di narrativa pura, ma tutta al più un trattato storico sul medioevo e le sue abberazioni, sicuramente accurato e ben scritto, ma non quello che avrei voluto effettivamente leggere, tuttavia, è stata grande fonte di arricchimento culturale per me, e l' ho trovato tutto sommato piacevole  e interessante da questo punto di vista.

martedì 12 ottobre 2021

Paesi tuoi di Cesare Pavese

Romanzo breve che descrive una realtà di campagna Piemontese fortunatamente sorpassata. Sul Monticello piementose alla larga da Torino, la civiltà si perde, gli uomini sono bestie avide, lussuriose, ignoranti e goffe e le donne si riducono a forza lavoro e a meri strumenti di piacere, come selvaggina da caccia di cui cibarsi. 
Questo libro ripugna e indigna, raccontando una realtà rustica scomoda, ricordando il realismo delle novelle verghiane, non se ne discosta più di tanto. Forse, la differenza è che in Pavese non si denota un barlume di umanità, è come se la fatica del lavoro, innaridisca e avvizzisca l' animo umano, facendo perdere ai personaggi quel briciolo di sensibilità e umanità, senza dar spazio alle lacrime e ai sentimenti, la priorità resta portare avanti il lavoro nei campi, qualsiasi cosa accada. 
La violenza passa quasi inosservata e la morte viene vissuta nella più completa indifferenza, accompagnata dal frastuono dei rastrelli e zappe di coloro che continuano a lavorare la terra. 
Tutto appare vacuo e vuoto, in questo romanzo si dipinge una realtà aspra, fredda, ostile e tanta rassegnazione. 
Tuttavia, Pavese si dimostra bravo nel buttarci dentro questa realtà sconveniente e sbagliata, ci immerge dentro contro la nostra stessa volontà, e ci infastidisce quasi, da come ci sballottola dentro una realtà così cruenta, indifferente, miserabile e misogena. Ci offre delle immagini forti, agghiaccianti e vive che restano impresse alla memoria. Poi, c'è questo ritmo incalzante, il protagonista narra la vicenda in prima persona con un tono cantilenante, come se si trattasse di una filastrocca dialettale, ma cruda e amara, non di certo per bambini. Ci sono spesso dei rimandi continui al desiderio sessuale,
questa ossessione per il sesso si denota anche da come venga descritta la collina sempre come una "mammella" e alla visione della donna come l' unico modo per liberarsi da questa frustrazione sessuale, la donna appaga e dà sollievo alle esigenze fisiologiche maschili, e viene vista in questa ridotta visione, anche se lo stesso protagonista risuta per un attimo sgomento dalla violenza e insensibilità, alla fine si conforma ad essi, e i suoi pensieri tristi si  perdono nel vuoto e vacuità, come se l' ambiente stesso abbia preso il predominio sulla sua stessa anima, rendendolo parte integrante di quello scenario crudele e disumano. Da donna mi sono sentita offesa da questo romanzo, ma credo che 
l' intento di Pavese fosse proprio questo, quello di indignare il lettore, di comunicare a lui stesso quello che il protagonista non riesce a dire, perché si è immedesimato con quella realtà selvaggia, da perdere la stessa capacità di pensiero più moralmente umano.

venerdì 24 settembre 2021

Il deserto dei Tartari di Dino Buzzati


In questo romanzo non accade nulla di preciso: Giovanni Drogo, un sottotenente viene condotto alla fortezza Bastiani per sorvegliarla e proteggerla da eventuali nemici, tuttavia, questa guerra tanto bramata sembra sempre sul punto di avvenire, eppure non si presenta mai, se non quando è troppo tardi. 

Questo romanzo mi è piaciuto tantissimo, perché è metafisico, tutte le volte che Dino Buzzati descriveva la fortezza mi si è impressa l' immagine di quegli spazi desolanti dei quadri famosi di De Chirico, però, ambientati su una fortezza, sopra una sconosciuta montagna dell' Italia settentrionale. 

Non sarà poi la trama a riempire le pagine del libro, ma c'è qualcosa di molto più profondo dentro, racconta dello stantio della vita, dello scorrere del tempo e delle attese spesso non ripagate dell' esistenza, di come l' orologio scorra inesorabile e non ci si possa fare niente. 

È un romanzo introspettivo e riflessivo, dal sapore amaro, ma è proprio questo il suo punto di forza. 

La bravura di Dino Buzzati sta nell' andare aldilà della trama, trasformandola solo in un' espediente esistenzialista, descrivendo  le emozioni e dinamiche astratte della vita. Riporta con maestria, per iscritto quelle sensazioni, a cui non avremo saputo dare un nome preciso: quell' incombente ansia del tempo che fugge, mentre noi restiamo in sospeso, con le nostre aspettative e ambizioni irrealizzate.

Il lettore viene trasportato su un posto immaginario e sperduto insieme a Drogo, 
o maggiormente su una dimensione impositiva della vita, in cui non accade nulla e diventiamo noi stessi prigionieri della nostra stessa esistenza, nella speranza che, qualcosa accadrà primo o poi, a distoglierci dal nostro torpore, ma del resto, in fondo, con il tempo, ci siamo anche adagiati e abituati ormai ad esso, da non saper più rispondere agli impulsi del cambiamento.

Ci si immedesima pienamente nelle vicende e situazioni di Drogo, perché benché non siamo militari, il senso delle vicende di Drogo appartengono a tutti noi: Quella sensazione in cui la nostra vita appare ferma e tutto resta stantio, monotono e immutato, eppure, quel severo orologio continuerà a girare, a scandire le ore, senza risparmiarci affatto; mentre noi attendiamo la nostra occasione che, tarderà ad arrivare, e quando si presenterà, semmai accadrà, ci coglierà del tutto impreparati, così da ritrovarci ormai troppo vecchi e stanchi,  da poter essere all' altezza di essa. 

Cosa altro posso dire? Se volete leggere un libro italiano del novecento particolare che lasci il segno, questo sarà un libro che farà al caso vostro!

domenica 29 settembre 2019

La coscienza di Zeno di Italo Svevo

"È un libro che a mio parere va preso con le pinze. Va letto in una fascia d'età tra i 25-30 anni, in cui sei già abbastanza maturo da poter comprendere un po' meglio, il senso di inadeguatezza per la vita, la costante sensazione di inettitudine e di malattia che Zeno si sente addosso. Riguardo il fatto che non sia scritto bene, anche qui, c'è da considerare che Italo Svevo fosse triestino e prima della seconda guerra mondiale Trieste non facesse parte dell' Italia, ma fosse appunto sotto il dominio austro-ungarico.  Inoltre, è un po' come Pirandello non ci si deve soffermare sullo stile di scrittura, ma più sull'accurata introspezione psicologica.  Zeno ripercorre la sua vita attraverso un diario-confessione, senza seguire un ordine cronologico, ma attraverso eventi cruciali e focalizzanti della sua esistenza quali: l'inizio della terapia psicoanalitica, la morte del padre e il momento in cui si sposa, per poi farsi un'amante fino al periodo in cui decide con Guido ( cognato e amico) di aprire un'associazione commerciale raccogliendo insuccessi.

Lo psicologo deciderà di rendere pubblico per vendetta questo suo memoriale, poiché Zeno non si presenta più alle sue sedute, concludendo di essere guarito o meglio di esser malato, come tutti gli esseri viventi, è la società stessa ad essere malata. Devo ammettere, che inizialmente il personaggio di "Zeno Cosini" mi era più simpatico sulle prime pagine, andando avanti il personaggio si deforma rendendolo per certi versi detestabile,eppure anche in questo si delinea la bravura di Italo Svevo nel costruire l' evoluzione del protagonista, che in fin dei conti non è buono ne cattivo, è solo umano. Andando avanti il romanzo, procede con alti e bassi, meno appassionante, con la storia del cognato Guido,fino ad arrivare ad un finale molto profondo e significativo, che auspica il senso di tutto il romanzo attraverso lo scoppio della seconda guerra mondiale a cui fa riferimento parlando di un' esplosione di ordigni (facendo riferimento alla bomba atomica). In questa parte conclusiva, il pensiero pessimista e decadente che l'essere umano guarirà solo al momento di perire, fino ad estinguersi. Questo libro mette in luce la crisi dell' uomo moderno, piena di buoni propositi che non trovano attuazione e lo sviluppo di nevrosi nuove, che adesso appaiono piuttosto vicine e contemporanee a noi, quali l' ipocondria  e il desiderio stesso di contrarre una malattia, per rendere la vita più sopportabile,  accarezzando l' idea di lasciarla quanto prima. Queste problematiche psichiche vengono messe in luce dall' avvento della guerra.  Solo esseri viventi malati, possono farsi la guerra tra loro, uccidendo la loro stessa specie.  

domenica 8 settembre 2019

La musa del dipartimento di Honoré de Balzac

Un libro poco conosciuto, di Honoré de Balzac, che rispetto a classici come "Anna Karenina", "Madame Bovary" e "l'amante di lady Chatterley"  tratta il tema dell'adulterio in un modo unico e differente, da questi acclamati capolavori poc'anzi citati.  

Honoré de Balzac è distaccato e retorico, potremo dire che non c'è empatia tra lui e i suoi personaggi. Un difetto o una peculiarità del suo modo di scrivere? Io direi, che la freddezza e il distacco tra narratore e i personaggi sia voluto e ricercato. 

Lo scrittore guarda i personaggi dal di fuori, li analizza, ma senza cogliere tutte le loro sfumature di azione e pensiero, non è un narratore onnisciente,si tiene sempre a debita distanza dai protagonisti, cogliendo solo quei particolari manieristici, calcolatori e doppiogiochisti. 

Balzac si prende gioco dei suoi personaggi, e i loro sentimenti romantici appaiono frivoli e superficiali, come in  una commedia teatrale da mettere in scena, fino a che convenga ad entrambi le parti. 
I sacrifici della protagonista, per il suo adorato amante, anche questi vengono trattati come qualcosa di artificioso e costruito, dato forse da un bisogno compensativo e psicologico della protagonista. 

Una necessità drammatica e teatrale della donna, di nutrire il suo spirito materno e da crocerossina verso il proprio amante.

Se da una parte, ho trovato la lettura veramente molto povera di sentimentalismo, molto più cruda e amara, come un continuo e repentino burlarsi di Balzac dei sentimenti umani, dall' altra ho apprezzato questo distacco, questo suo modo di vedere le cose dal di fuori, sarà che ho letto tanti romanzi che fanno tutto il contrario, da considerare originale e anticonvenzionale, questo stile farsesco e retorico di Balzac. È come se fossero solo i personaggi di una commedia teatrale, che mettono in scena diverse maschere, come più si conviene o più convenga a loro, la cosiddetta "Commedia Umana" ricorrente in Balzac, che in qualche modo richiama un po' vagamente il concetto Pirandelliano dell' "Uno, nessuno e centomila", ma in maniera meno spiccata e forte.


Intrinseco il pensiero Machiavellico "il fine giustifica i mezzi".

 E sulla conclusione del romanzo, ci sarebbe anche molto da discutere, dato che è un finale condito di sarcasmo e lascia anche qualche  spazio aperto, con un bel punto interrogativo, ma è voluto e ricercato questo margine di incertezza, a libera interpretazione o come nei migliori tradimenti, madre certa, be' sulla paternità non possiamo dire la stessa medesima cosa. 

Credo, che sia quello il messaggio, imbastito da Balzac volendo lasciare al narratore l' incertezza sull'identità del citato "procuratore generale", che recita  quelle fatidiche parole conclusive dell' intero romanzo, da cui si intuisce tutto e niente, ma una cosa è certa, un' adultera, resta sempre un' adultera.

Questo romanzo tuttavia, segna una rottura con tutte le regole sociali, sovverte l' ordine precostituito secondo cui un' adultera è condannata ad essere emarginata dalla società.

 Balzac sovverte il bigottismo e le regole della società, facendo si che l' adultera torni ad essere moglie, e a riacquistare la sua rispettabilità nella società, nonostante tutto, e forse pur mantenendo il suo ruolo di adultera, purché tutto avvenga lontano dagli occhi indiscreti?! 

Devo dire che come libro sconosciuto, è stata una rivelazione, ma se devo essere del tutto onesta è stato difficile in alcuni punti star dietro a Balzac, dato che il suo modo di scrivere è molto prolisso e carico di figure retoriche.

Ovviamente, il suo tono retorico e da commediante, richiede anche forse una conoscenza maggiore degli usi e i costumi dell'epoca in Francia, agli inizi dell'ottocento, e non avendo tali conoscenze, si può venir assorbiti passivamente da questo genere di lettura, senza riuscire a catapultarsi del tutto dentro.

Una cosa che sicuramente ho trovato interessante è stata la cura di Balzac  nella rappresentazione dei costumi sociali, il paragone sulla donna parigina e la provinciale, e ovviamente, per l' originalità del finale.  

Dinah è tanto superiore come donna da sovvertire tutte le regole sociali!  Un' idea di emancipazione femminile del tutto inaspettata,  in cui Balzac fa risuonare così forte l' intelletto e le qualità di Dinah come donna moderna,reclusa  in una società ancora troppo antiquata, bigotta e maschilista, ma da cui riesce ad uscirne vincitrice, o comunque salva dall' emarginazione sociale, ma dovendo, ovviamente, giungere ad un macchinoso compromesso, ritornare al ruolo di moglie così come si conviene. 

Tuttavia, senza troppi pesi sul cuore e sulla coscienza, Dinah come tutti gli altri personaggi è una calcolatrice nata,tanto quanto il marito e l'amante. 

Il saper dosare e soppesare le proprie passioni diventa un'abilità, per non soccombere dinnanzi i giudizi e le meschinità della società di quel tempo.





lunedì 29 luglio 2019

Jane Eyre di Charlotte Bronte

Avevo sottovalutato l' inestimabile valore di questo romanzo, credevo che non potesse equipararsi, competere con "Cime tempestose" della sorella Emily Bronte, invece mi sbagliavo di grosso.
"Cime tempestose" è solo più famoso, e racchiude più un fascino grottesco, i protagonisti sono più cupi e maledetti, si percepisce più un senso di inesprimibile dannazione, più gotico, struggente e drammatico. I personaggi sono antagonisti di sé stessi, e forse per quello in me c'è un netto distacco a livello empatico con i personaggi e la vicenda, era come se il dramma dal mio punto di vista, se lo fossero anche un po' cercato.
Mentre invece in "Jane Eyre" per quanto i difetti caratteriali di Mr Rochester siano evidenti, non sono tali da rendere il personaggio cattivo, anzi molto umano e fragile, poi anche Jane è un personaggio più affine alla mia personalità, di indole apparentemente pacata, dotata di intelletto e forza di volontà, tuttavia di fronte le ripetute ingiustizie subite dalla zia non può fare a meno di ribellarsi. È molto accurata la caratterizzazione dei personaggi, sia nei loro aspetti caratteriali, fisici e anche a livello di vicissitudini, ogni personaggio  è ben delineato e descritto, certo avrei preferito meno pagine sul fastidioso cugino St John, con i suoi mega pipponi religiosi, ma quello è un altro discorso. 
Poi sicuramente è una storia molto più complessa e dettagliata di "Cime tempestose", perché narra la formazione e la crescita di Jane, senza trascurare alcun particolare. Poi dalla linea di romanzo di formazione, sfiora il genere gotico, facendo aleggiare a Thornfield, un mistero, urla, sogghigni e risatine provenire dalla soffitta. Poi c'è l' aspetto romantico della storia,gli incontri e i dialoghi fra Jane e Mr Rochester, a mio parere dalle versioni cinematografiche perde tantissimo, per ragioni ovvie di tempistiche, e poi si sa nei film la parte più focalizzante è l' azione, mentre invece la storia d'amore fra Jane e Mr Rochester è più giocata sul loro scambio di ruoli e battute, uno scontro e gioco dialettico, in cui appare labile il confine tra padrone e sottomessa. Il rapporto fra i due protagonisti è travolgente, perché Jane è un istitutrice, mentre lui è il padrone, ai tempi il rapporto non era per nulla paritario,appartenendo a due classi sociali del tutto differenti. Tuttavia, nonostante Jane appaia in apparenza sottomessa psicologicamente e sentimentalmente a Mr Rochester, andando avanti con il romanzo si intuisce che non è affatto così. Infatti Jane non accetta il suo amore scendendo a compromessi, lei se ne va quando le cose prendono una piega inaspettata, spiacevole e indesiderata, riuscendo a cavarsela anche senza di lui, dimostrando di non aver bisogno di Mr Rochester . Mentre è proprio lui, che non appena Jane se ne va, perde tutto. Senza andare nei dettagli del romanzo, è a tratti sottilmente  femminista, sebbene questa natura del romanzo potrebbe anche essere contraddetta da una vera fervente femminista dei tempi odierni, ma il romanzo va anche collocato in base all'epoca in cui è stato scritto. Dopotutto, trovo anche interessante e piacevole questa doppia natura ambigua di Jane sottomessa a Mr Rochester, ma allo stesso tempo indipendente, che piega per molti aspetti Mr Rochester, senza lasciarsi convincere a restare a Thornfield,nel momento in cui  non lo ritiene giusto, per la sua morale etica, tuttavia quando il legittimo impedimento  alla loro unione svanisce, torna da lui di sua spontanea volontà, mostrandosi compiacente e ben disposta a prendersi cura di lui. La frase "Ebbene, cari lettori, alla fine l'ho sposato" in questo caso sottolinea l'emancipazione di Jane Eyre, che sta a voler dire "io ho scelto di sposarlo"come mio pari, non per migliorare la mia condizione sociale, ma solo perché lo amo e voglio sposarlo.
C'è sempre un duplice rapporto di sottomissione e dominazione da parte di entrambi i personaggi. È come se Jane sappia sapientemente equilibrare la sua sottomissione a lui, pur senza piegarsi del tutto, anzi il più delle volte dominando la natura irascibile e violenta di lui.
Molti critici hanno ritenuto che il libro non dovesse annoverarsi nella letteratura inglese alta, per i suoi aspetti fiabeschi e inverosimili della trama, sicuramente c'è qualcosa di troppo  irrealistico che stoni, ma senza nulla togliere alla qualità delle pagine, del resto è un' evidente scelta stilistica di Charlotte Bronte, basta scrutare un attimo sulla sua biografia per cogliere l' influenza delle fiabe raccontate dal fratello. Non mi ha tanto infastidito lei, che trovi ristoro una volta fuggita da Thornfield in una tenuta in mezzo ai boschi desolati, che appare quasi misteriosamente, in riferimento alla fiaba dei fratelli Grimm che stiano leggendo le due ragazze della casa, che poi scoprirà essere cugine. Tutta al più coincidenza delle coincidenze sono tutti cugini, e Jane Eyre erediterà tutto dallo zio appena morto, diventando difatti una donna ricca e indipendente, insomma perché queste cose non succedono anche a me?! Queste sono le forzature che si potevano evitare, che  banalizzano un po' la storia. Per altri questa cosa era già insita nel cognome "Eyre" che starebbe per "ereditiera errante", tralasciando tutte le altre teorie marxiste e non, che siano state costruite attorno al romanzo da cui prendo fermamente le distanze, perché secondo me spesso si finisce per costruire attorno ad un romanzo dei significati che non c'erano assolutamente, sfinendo l' intero contenuto dell' opera stessa.
Per il resto cosa posso dire, un cinque stelle, devo dire che l' inizio del romanzo mi era parso un po' fiacco, ma poi più avanti il ritmo si fa sempre più trascinante, soprattutto per il modo in cui Charlotte Bronte riesce a descrivere i personaggi e il loro rapporto.
Di come riesca delineare le fattezze e i caratteri dei due protagonisti e a farli apparire affascinanti, nonostante siano appunto due personaggi brutti fisicamente, ma coinvolgenti e ammalianti intellettualmente.
Poi un aspetto parosistico che io personalmente ho amato per quanto faccia molto "Arsenio Lupin e i suoi travestimenti", come elemento non sense e farsesco,  Mr Rochester che si traveste da zingara veggente, questo aspetto  sbruffone e burlone di Mr Rochester l'ho adorato, segna una rottura  con il Mr Rochester  sempre depresso, serioso e rabbioso dei film. Tra l' altro un' altra profonda differenza è quella del macchinoso intrigo studiato ad hoc per sedurre Jane Eyre. Mentre nel film, Mr Rochester appare un uomo ambiguo, indeciso tra Miss Ingram e Jane, oppure fanno credere che sia Jane ad aver equivocato e che lui non abbia mai pensato di sposare Miss Ingram, be' nel romanzo è lui che ha architettato quest' inganno facendo credere a Jane di voler sposare "Miss Ingram" per fare ingelosire Jane e attrarla maggiormente a lui. Questo elemento cambia tutto, nel senso nei film questo aspetto sia  machiavellico e romantico di Mr Rochester si perde, rendendolo solo un uomo indeciso e ambiguo.
Concludo col dirvi, evitate di guardare il film, leggete piuttosto il romanzo e semmai solo dopo guardate le versioni cinematografiche, quella che per ora mi è parsa la più fedele al romanzo è senza dubbio quella del 2011, con "Micheal Fassbender" nel ruolo di Mr Rochester, e "Mia Wasikowska" nei panni di Jane,tuttavia anche qui c'è qualcosa che non mi torna tipo la scena in cui tenta di strangolare Jane, non cerca di strangolarla, ma la stringe per la vita non volendo farla andare via, alludendo eroticamente al desiderio erotico del suo corpo, in maniera ovviamente molto elegante e ben celata, quindi pensava di farla sua, ma dice appunto che prendendola con la forza sarebbe solo entrato nel suo guscio che racchiude la sua anima, mentre lui voleva ottenere appunto il suo amore, non il semplice possesso del suo corpo, e così vi rinuncia. Tra l' altro una delle parti più emozionanti di tutto il romanzo, che nel film si riduce  banalmente a poche battute riprese dal libro. Paradossalmente una cosa interessante sulla post-fazione, diceva che il libro suscitò scandalo, e verrebbe da pensare che fosse per la componente implicitamente erotica presente nel libro, e invece ad indignare il lettore dell' epoca era stato il carattere di Jane ritenuta troppo intraprendente e sovversiva come donna.
Cosa posso dire?! Se amate i classici, questo di sicuro è una tappa obbligatoria! E sono più che certa che non ve ne pentirete,non lasciatevi demoralizzare dalla mole di pagine, è un libro che superato lo scoglio iniziale, si divora e ci si ritrova ad averlo a malincuore terminato!

mercoledì 13 febbraio 2019

Il grande Gatsby

Questo libro mi è piaciuto molto, l'ho trovato efficace e intenso, le descrizioni creavano immagini intense come quelle dei quadri impressionisti, senza culminare nell' eccesso.  E devo ammettere che ho trovato anche il film per certi versi attento a ricreare le immagini descritte nel libro, come se il regista non si fosse solo limitato a leggere la trama, ma che abbia effettivamente voluto riprodurre le immagini e le sensazioni del libro sul film.  Per quanto ovviamente il film perda sempre qualcosa sul significato stesso del romanzo, soprattutto quando mi piazzano delle musiche chiaramente moderne e discotecare creando un' eccessiva dissonanza con il romanzo. Focalizzando forse la storia un po' troppo sulle feste, e non sulla figura misteriosa di Gatsby nella quale serpeggia questo alone di mistero, un uomo ricco, ma che non si sa come abbia fatto tutti quei soldi, e nel romanzo si evidenzia quanto l'aspetto del come si sia arricchito appaia un aspetto irrilevante per la gente che affolla le sue feste, una domanda quasi sciocca da farsi. Una critica evidente ad un America superficiale e vacua, e non è tanto Gatsby ad apparire sbagliato e corrotto, ma appunto chi lo circonda, lui appare solo come un bambino che insegue un sogno e  pur di ottenere quel che vuole,  è stato costretto a ricorrere a dei sotterfugi.  Ma quello che ci insegna questo libro è che non si può tornare indietro e ricostruire tutto da capo, è così alla fine Gatsby è destinato a soccombere rincorrendo un sogno che non gli appartiene neanche più, che fa parte del passato, ma che lui insiste a voler rincorrere nonostante tutto.
Da questo punto di vista, devo dire che nel film anche la recitazione di "Leonardo di Caprio"l'ho trovata coerente con il protagonista del romanzo, quindi tutto sommato immaginarmi un "Leonardo di Caprio" non mi ha guastato la lettura, solo che ovviamente nel libro ci sono tanti messaggi e significati che nel film difficilmente hanno lo stesso impatto.
Un libro molto bello e piacevole da leggere, che non annoia quasi mai, perché ogni pagina e descrizione non risulta quasi mai inutile o prolissa, ma è strettamente legata alla narrazione della storia.  Commovente e struggente sul finale, in cui si intuisce l' ipocrisia della gente, che quando le feste sono finite non  si fanno più vivi, lasciando il protagonista alla sua triste e sciagurata fine.  Un mondo freddo, ambiguo e superficiale, che alla fine risucchia la vita di chi  racchiude ancora una certa purezza di spirito come quella di Gatsby.
L'ho letto tutto d'un fiato, piaciuto dalla prima all' ultima pagina.
Lo straconsiglio!




mercoledì 23 gennaio 2019

La signora delle camelie di Alexandre Dumas fils

Questo libro volevo leggerlo da tantissimo tempo, e stranamente l'ho trovato meno pesante di quello che credessi, in tre giorni l'ho letteralmente divorato.
La storia di questo classico è piuttosto famosa, è stata  scritta da "Alexandre Dumas", ma attenzione non è il Dumas del "conte di Montecristo" né dei "tre moschettieri",dato che è appunto il figlio, infatti per contraddistinguerlo dal  padre, dato che hanno lo stesso identico nome, viene  sempre scritto dopo il nome "fils /figlio".  La trama di quest' opera è  la storia d'amore fra una cortigiana e un uomo perbene, che poi è stata ripresa da Giuseppe Verdi nella "Traviata" cambiando i nomi dei protagonisti in "Violetta e Alfredo" e probabilmente sarà mutata qualche sfumatura della trama per renderla più adattabile al teatro.
Comunque, per chi non conoscesse la storia, Marguerite Goutier è una cortigiana di alto borgo, la storia inizia con la sua stessa morte,è stata bandita un'asta per comprare gli oggetti preziosi appartenuti alla defunta alla quale partecipa il narratore che potrebbe essere lo stesso "Dumas". All' asta decide di comprare una copia di  "Manon lescaut", libro appartenuto alla defunta, ma poi si presenta un uomo di nome Armand Duval che vuole acquistare a tutti i costi quella copia dal narratore, fino a che non diventano amici e allora Armand finisce per raccontargli la sua storia di come ha conosciuto Marguerite Goutier e se ne è innamorato.
Da qui inizia la storia, non aggiungo altro per non voler svelare troppo sulla trama, ma posso dire che sin dall' inizio il libro cattura l' attenzione e si rivela coinvolgente. Inoltre anche l'idea di fare partire la storia a ritroso, in un ordine cronologico sfalsato, nell' Ottocento doveva essere un'idea piuttosto originale.
Ai tempi questo libro suscitò molto scandalo, per la tematica trattata, e lo stesso Dumas ammise di essersi ispirato ad una sua infatuazione giovanile verso una prostituta che aveva spesso intravisto, anche il padre stesso rettifico che il figlio nelle sue opere traeva quasi sempre  spunto dalla realtà.  
Cosa posso dire? Se non che mi sono chiesta, perché non lo abbia letto prima, nel senso che è un libro così romantico e poetico, le parole di Dumas restano impresse,  il modo delicato in cui esprime i sentimenti e le emozioni di Armand nei confronti di Marguerite, e il modo in cui viene descritta questa donna in un modo sensuale e poetico. Si rimane abbagliati da questa donna, pur senza vederla, bastano le parole di Dumas a convincerci della bellezza e sensualità di questa donna, che nonostante il mestiere di lei, non appare volgare, ma "emana candore".
Mi mancava una lettura come questa, così dolce, sensuale e delicata, ma anche così maledettamente drammatica.
Una tragedia romantica esasperata, ma del resto ai tempi la storia d'amore tra una prostituta e un uomo perbene, non poteva avere una buona conclusione alla "pretty woman", per ovvi motivi, la società non lo consentiva e non si guariva facilmente dalle malattie.
È difficilissimo esprimere quanto mi sia piaciuto questo libro, poiché Dumas riesce a far emergere in un amore reputato indecente e scabroso, la dolcezza e la purezza dei sentimenti di Armand e Marguerite.  Ma allo stesso tempo Dumas, ci fa anche vedere le sfaccettature anche più negative dell' amore quando sfocia in rabbia, gelosia e desiderio di vendetta. Personalmente da donna mi sono innamorata di "Armand Duval"per il suo modo di esprimere l'amore per questa donna sia nel modo più dolce e romantico, ma poi anche nel modo più furioso e impetuoso in cui un uomo possa esprimere tali sentimenti verso la donna amata quando si sente tradito e ingannato.
E Marguerite, non può che suscitare una certa tristezza e compassione nel sacrificio che decide di perpetrare per amore del suo Armand.
È un libro che mi è davvero piaciuto, scandito perfettamente bene nei tempi, non c'era nulla di superfluo e noioso, ogni pagina era piacevole da leggere e aveva un suo scopo ben preciso. Insomma mi è piaciuto sin dalla prima pagina fino all' ultima riga, cosa che non potrei dire di moltissimi altri libri che ho letto. Ne potrei contare pochissimi su una mano che mi siano piaciuti così dalla prima pagina fino all' ultima, senza che non vi abbia trovato qualche parte o passaggio superfluo, noioso, banale o ripetitivo.


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