Preciso che non sono un'amante dei gialli, dei thriller nè degli horror, quindi questo romanzo mi ha piacevolmente stupito, anche perchè non corrisponde al solito schema predisposto da questi generi, ma è molto di più.
Difficile trovare la definizione giusta del genere di questo romanzo, qualsiasi genere sarebbe riduttivo , svilente e dissonante.
L'autore condensa tanti generi diversi, dal giallo, thriller, horror introspettivo-psicologico, a tratti anche romantico e drammatico.
Ammetto, di non averlo preso a caso, avevo visto inizialmente visto il film e mi era particolarmente piaciuto, poi ho scoperto che era tratto da un libro, così mi sono ritrovata con il libro tra le mani.
La storia del romanzo, ovviamente, si presenta molto più che soddisfacente rispetto al libro, se non per il finale, nella quale ho voluto completarlo, rievocando alla memoria quella del film, che mi era piaciuta molto di più e parsa più completa e sensata.
Partendo dalla trama, la storia è ambientata a Stoccolma, nel quartiere di Blackeberg, in cui vive un bambino di 12 anni , Oskar, che è vittima di bullismo a scuola, e un giorno fa la strana e insolita conoscenza di una misteriosa bambina di nome Eli, che si scoprirà successivamente essere un vampiro,ma non lasciatevi ingannare, non ha niente a che vedere con le solite storielle d'amore melense alla Twilight o robe del genere.
Qui si tratta di una vampira vera, alla Bram Stoker, che smembra e uccide le persone, insomma niente vampira vegana per John ajvide Lindqvist.
Niente personaggi eccessivamente perbenisti, da apparire fasulli, ma dei ritratti crudi e per certi versi realistici. Oltre ai personaggi principali, ne vengono presentati tantissimi altri nell'arco della storia, e molti di questi, sono personaggi sordidi, che mostrano una realtà agghiacciante, graffiante e spaventosa, evidenziando che Eli il vampiro non è il problema principale, in una realtà fredda, contaminata dalla violenza, pedofilia,droga e chi più ne ha più ne metta. Fortemente significativa, in questo senso appare la frase di Eli " Io uccido perchè ne ho bisogno per sopravvivere", evidenziando che la natura umana, spesso commetta crimini, per un piacere perverso.
Il titolo è ulteriormente emblematico, richiamando l'attenzione sul fatto che Eli ha bisogno che Oskar la inviti per entrare a casa sua, ma oltre a questo il titolo offre spunti di riflessione, sulle persone che spesso si lasciano entrare nella nostra vita, e nella quale spesso non siamo consapevoli se possano farci del bene o del male.
Spesso non lo sappiamo, e possiamo solo limitarci a farle entrare, senza saperne le eventuali conseguenze.
Ho trovato anche interessante, la precisione dello scrittore nel descrivere con estrema accuratezza tutti gli ambienti e le zone della Svezia, mi ha proprio fatto venire voglia di andarci, poi ho scoperto che la scuola in cui va Oskar esiste veramente, e che lo scrittore ha vissuto proprio nel quartiere di Blackeberg, nella quale ha ambientato la storia. Un'altra cosa curiosa, che mi ha anche fatto leggermente sorridere, è che lo scrittore in precedenza faceva il cabarettista, e infatti si possono ben notare delle battute e sfumature sarcastiche e ironiche giunti a metà del romanzo. Si nota anche una buona conoscenza dello scrittore, che fa tantissimi richiami ad altri romanzi, poesie e fiabe della tradizione svedese, insomma un libro che permette anche di farsi una buona cultura sulla Svezia.
E' un romanzo sorprendentemente bello, che intriga fino all'ultima pagina e che lascia con il fiato sospeso, anche se il finale, ribadisco, quello del film mi è parso più efficace ed esaustivo.
Per il resto è una lettura che merita, e mi dispiace tanto che sia un libro così poco nominato e conosciuto, perchè è un romanzo che offre una perfetta analisi psicologica dei personaggi e tanti spunti interessanti di riflessione, oltre che un' atmosfera fredda, cupa e di suspence.
Amo leggere e scrivere, e ho deciso di realizzare questo spazio per recensire i libri che ho letto e leggerò.
sabato 13 gennaio 2018
Il paese delle nevi di Yasunari Kawabata
Questo romanzo narra
lo struggente incontro amoroso tra Komako, una geisha e il protagonista Shimamura.
Il titolo è molto emblematico, si riferisce al luogo in cui lavora la geisha
Komako, paradiso termale, dove la neve è
alta quindici piedi, ma allo stesso tempo il titolo richiama la malinconia dei
due protagonisti, che pur amandosi, non riescono mai a dirselo. E’ un
romanzo di efficace impatto emotivo, è nostalgico e malinconico, e si evidenzia
la maestria dello scrittore nella descrizione di queste emozioni, così tanto da
farci credere che i personaggi siano quasi reali, o comunque da farci immedesimare
nelle loro inquietudini e tormenti, pur mantenendo un certo distacco.
I Sentimenti dei protagonisti sono
candidi e delicati come neve, ma allo stesso tempo freddi, silenziosi,
distaccati, nostalgici e incolori come la neve.
Non è un romanzo per tutti, per chi
vuole una trama lineare e sensata, ne rimarrà deluso, dato che i fini del libro
non è quello di giungere ad una conclusione diretta della storia, ma
semplicemente quello di dare massima espressività a quel sentimento chiamato
languore, e in questo senso è molto evocativo anche negli scenari, questa insistente
ed efficace immagine delle neve, sta a voler rappresentare i sentimenti stessi
dei protagonisti, e Kawabata riesce bene
nell’intento, ci trasporta nel paese delle nevi, in cui sentiamo freddo, e
quella neve bianca finisce per gelarci il cuore, come fa con i protagonisti.
Io direi che è un libro particolarmente
invernale e suggestivo, da leggere però sdraiati a letto sotto il caldo
piumone, e preferibilmente con una bella cioccolata bollente, farlo con il
freddo del treno, con la neve che si vede dai finestrini, certo era molto
evocativo ed efficace, dato che anche il romanzo inizia con una scena simile,
però appunto forse troppa immedesimazione, mi ha anche agevolato l’influenza!
Detto questo, giungo alla conclusione
che è uno di quei romanzi di difficile apprezzamento e comprensione per un
occidentale, perché si respira quella distinta sensibilità e delicatezza giapponese,
che difficilmente noi occidentali potremo capire.
Sono infatti certa di non aver colto
pienamente tutte le sfumature significative del romanzo.
Ammetto di aver storto gli occhi,
dinnanzi a un finale per nulla soddisfacente.
Mi ha lasciato un po’ con l’amaro in
bocca, ma credo che questo fosse nell’intento stesso di Kawabata, lasciare per
così dire il lettore in sospeso, con un finale aperto, dato che non era quello
l’aspetto focalizzant
Ma nonostante tutto, non posso far a
meno di riconoscere la bravura e la maestria di Kawabata nel catapultare il
lettore nel paese delle nevi, con descrizioni molto evocative ed espressive.
Rimango dell’idea che valga la pena
leggerlo, almeno una volta nella vita, nonostante sia un libro a tratti
incomprensibile e sfuggente, resta un romanzo che lascia il segno a livello
emozionale e riflessivo. Dopotutto non a caso , Kawabata è stato il primo
giapponese a vincere il premio Nobel per la letteratura nel 1968.
giovedì 28 settembre 2017
Moll Flanders di Daniel Defoe
Il film si propone come la solita storia romantica tra una prostituta e un pittore che si limita a volerla rappresentare. Non so davvero da dove sia saltata fuori questa storia, tanto valeva allora cambiare nome, dato che quella del romanzo è proprio tutta un'altra storia.
Credo sia proprio il caso di dire, che sia la trasposizione cinematografica meno fedele che possa esistere di un romanzo.
E non che il film faccia schifo, anzi tutt'altro, è molto bello, ma è un'altra storia, insomma tanto valeva proporla come storia originale, l'avrei apprezzato maggiormente.
Quindi ovviamente, quando ho iniziato il romanzo sono rimasta incredula ritrovandomi tutta un'altra storia.
Sapevo che la storia presentava molte differenze, mi era stato accennato, ma non potevo davvero credere che fosse proprio un'altra storia.
Non c'è nulla di quella poesia romantica che si respira nel film, anzi tutt'altro, è un romanzo crudo, che scruta affondo nell'animo umano.
Il romanzo si presenta come una biografia, anche se ovviamente non lo è per davvero, eppure viene fatto un ritratto così minuzioso e preciso della vita di "Moll Flanders" da sembrarci vera, in carne ed ossa, come se fosse esistita veramente.
"Moll Flanders" non è un personaggio positivo nè tanto meno negativo, lei racchiude tutto il male e il bene nella stessa persona.
Defoe narra la miseria e tutte le sue conseguenze, di quanto essa influisca nelle azioni umane.
Dopotutto i peccati di Moll Flanders, sono tutti dettati dalla disperata povertà, nella quale non c'è posto per l'amore e i buoni sentimenti, se si vuole sopravvivere.
Moll Flanders quindi è una povera e scellerata disgraziata, eppure allo stesso tempo viene dipinta come una donna forte, determinata, che riesce sempre a spuntarla, nonostante il destino avverso.
Credo che alla fine, sia stato un romanzo davvero innovativo per l'epoca in cui è stato scritto, sopratutto perchè è una donna nata dalla penna di un uomo.
Appare sorprendente la bravura di "Defoe" nella rappresentazione così realista di una donna a quell'epoca, senza renderla artificiosamente troppo buona o cattiva, ma semplicemente umana.
Inoltre si deduce anche una forte idea di emancipazione femminile in questo romanzo,dato che appunto Moll Flanders nonostante la sua travagliata vita di sfortune, riesce con la sua tenacia e ingegno a crearsi da sola la sua fortuna e a condividerla con il marito, che senza di lei, di sicuro non l'avrebbe spuntata. Altra peculiarità è la voglia e la capacità di narrare di Defoe, non c'è nulla del romanzo che sia superfluo, è tutto un groviglio di vicende che ci aiutano a capire e a delineare al meglio il personaggio di Moll Flanders. Inoltre un'altra cosa tanto apprezzata, è che non ci sia nessuna lungaggine descrittiva,dato che appare evidente che lo scopo del romanzo sia più incentrato su un analisi psicologica del personaggio. E devo ammettere, che purtroppo al giorno d'oggi ben pochi scrittori contemporanei riescono a ritrarre un ritratto così dettagliato e psicologico come Defoe con la sua "Moll Flanders". Forse perchè di "Moll Flanders" in fondo ne saranno esistite tante nel 700', ragazze con delle storie verosimili a quelle della protagonista, quindi non fa altro che ritrarre uno spaccato di realtà, raccogliendo una serie d sfortunati eventi che a quell'epoca ad una donna potevano tutti capitare. Nel romanzo si respira anche tanto il macchiavelico pensiero del principe "Il fine giustifica i mezzi", è come se l'intero romanzo sia intessuto apposta da questa idea. Ovviamente appare evidente anche l'ideale borghese, che siamo noi che con le nostre forze e capacità a determinare la nostra ricchezza.
giovedì 21 settembre 2017
Il delfino di Sergio Bambaren
Mi ero portata questo libro per leggerlo in treno, inutile dire che l'ho già finito e ancora non ho preso il treno .Ero un pò scettica, mi dava l'aria di uno di quei libi come "Il gabbiano Jonathan Livingstone" di Richard Bach ed effettivamente avevo colto nel segno, entrambi i due libri rifuggono nella stessa morale, entrambi parlano di un animale che ha un sogno:Volare più in alto per il gabbiano e per il delfino saltare l'onda più alta. La differenza è che Sergio Bambaren nella sua semplicità non annoia, il romanzo appare scorrevole e piacevole, nonostante la trama non brilli per originalità. In ottanta pagine, lascia il segno e cattura l'attenzione del lettore offrendo spunti di riflessione sui nostri sogni, quelli che abbiamo rinchiuso dentro un cassetto per sopravvivenza, o per paura di non riuscire a raggiungerlo. A differenza del gabbiano Jonathan Livingstone che non mi è piaciuto, forse perchè ero troppo piccola per capirlo pienament,e o forse perchè Richard Bach rispetto a Sergio Bambaren si dilunga in descrizioni superflue che non sono necessari ai fini del romanzo. Molti mi hanno detto "è un libro troppo new age", bè sicuramente non è un libro fine a sè stesso.
E' un libro che vuole insegnare a vivere, una favola moderna per adulti e non, che ha lo scopo di ricordarci il significato stesso della vita, non viviamo per sopravvivere, viviamo per realizzare i nostri sogni, anche se molti di questi sogni sembrano assurdi e irrealizzabili. Sicuramente non è un libro con troppe pretese, ma credo che siano degne di nota anche questo tipo di letture piacevoli, leggere, ma che comunque ti lascino un messaggio positivo dentro, per vivere al meglio la propria vita, e capire che anche se si è cresciuti, non è mai troppo tardi per inseguire e realizzare i nostri sogni.
E' un libro che vuole insegnare a vivere, una favola moderna per adulti e non, che ha lo scopo di ricordarci il significato stesso della vita, non viviamo per sopravvivere, viviamo per realizzare i nostri sogni, anche se molti di questi sogni sembrano assurdi e irrealizzabili. Sicuramente non è un libro con troppe pretese, ma credo che siano degne di nota anche questo tipo di letture piacevoli, leggere, ma che comunque ti lascino un messaggio positivo dentro, per vivere al meglio la propria vita, e capire che anche se si è cresciuti, non è mai troppo tardi per inseguire e realizzare i nostri sogni.
mercoledì 13 settembre 2017
L' angelo azzurro di Heinrich Mann
Un libro dimenticato in un polveroso e scompigliato scaffale, su una piazza della città di Palermo (Biblioteca privata Itinerante del signor Tramonte).
Questo titolo mi salta all'occhio e mi rammenta il racconto di mia madre di un vecchio film in bianco e nero con "Marlene Dietrich". Senza saperlo, inconsapevolmente mia madre, mi ha passato un briciolo della sua cultura, e così subito lo prendo, ricordandomi con chiarezza la storia del film raccontatami da mia madre, e scopro così che in realtà questa storia nasce da un libro ormai dimenticato.
Ben nota poi è la mia passione per i libri dimenticati.
Poi leggo l'autore "Mann",un nome così conosciuto e noto, "Ma non si chiamava Thomas?" mi dico fra me, poi scopro che non è altro che il fratello di "Thomas Mann".
Anche lui a quanto pare era uno scrittore, ma non ebbe lo stesso successo di Thomas,forse la solita disgrazia dei fratelli e sorelle di scrittori, in cui c'è sempre quello che prevale per fama e successo e l'altro resta al buio.
E' il caso delle sorelle Bronte, in cui prevale Emily Bronte con "Cime tempestose" e "Jane Eyre"di Charlotte Bronte, e la sorella Anne Beronte con "Agnes Grey" non resta che la brutta copia di Jane Eyre.
Intuendo questa situazione, il libro non poteva che parlare del senso di inettitudine e inadeguatezza, tema ricorrente nel romanzo, che secondo me resta un tema a tratti autobiografici, anche per il senso di rivalsa e di competizione che il professore Raat nutre nei confronti dei propri studenti, secondo me può essere metafora della rivalsa di Heinrich nei confronti del fratello Thomas.
Ovviamente appare evidente anche l'aspra critica alla rigidità e al proibizionismo della scuola tedesca in epoca guglielmina.
Non mi sorprende che il romanzo sia stato dimenticato e non sia stato ristampato, perchè tratta un tema forse troppo lontano dai giorni nostri, e poi appare pressapoco difficile rispecchiarsi nel personaggio antieroe del professore Raat che predica bene, ma primo o poi finisce per razzolare male, può a tratti far pena e suscitare compassione, per la sua misera e piccola esistenza, che cerca di ingigantire e rafforzare nutrendosi di etica e moralità smisurata, che scade nel bigottismo e perbenismo forzato,e alla fine si perde, non trovando più appigli alla quale appigliarsi. Ma nonostante la pena, la compassione, non si simpatizza per questo personaggio, ed è evidente che l'intenzione fosse quella di provare disprezzo e ripugnanza per quella rigidità borghese e tipicamente tedesca, che Heinrich Mann disdegnava. E all' epoca poteva essere un libro particolarmente dibattuto e che suscitasse scalpore e scandalo, mentre adesso letto in questa epoca, perde quelle sua importante sfumatura di significato, tale da rendere la lettura noiosa e pedante tanto quanto il personaggio principale, però in un certo senso, da questo libro possiamo tracciare un pezzetto di storia, pur senza leggere libroni prolissi di storia,è questa forse la cosa affascinante dei classici, che anzichè leggere in linee generali, attraverso lunghe pagine di saggi di storia, possiamo immergerci in quella realtà, scoprire gli usi e i costumi di un'epoca in un determinato paese, pur senza esserci mai stati, pur non avendo vissuto quell'epoca e come ci riesce un classico, non ci riuscirà mai nessun altro saggio e tomo di storia!Quindi se vi interessa conoscere qualcosa del periodo guglielmino, questo può essere un ottimo libro. Quello che sicuramente ha calamitato poi la mia attenzione è la rappresentazione grottesca, esasperata e quasi tragicomica delle vicende che portano il professor Raat da essere l'uomo virtuoso rigido e moralista,all'uomo rivoltoso e vizioso, caduto vittima di un amore miserabile quanto la sua infida esistenza.
Questo titolo mi salta all'occhio e mi rammenta il racconto di mia madre di un vecchio film in bianco e nero con "Marlene Dietrich". Senza saperlo, inconsapevolmente mia madre, mi ha passato un briciolo della sua cultura, e così subito lo prendo, ricordandomi con chiarezza la storia del film raccontatami da mia madre, e scopro così che in realtà questa storia nasce da un libro ormai dimenticato.
Ben nota poi è la mia passione per i libri dimenticati.
Poi leggo l'autore "Mann",un nome così conosciuto e noto, "Ma non si chiamava Thomas?" mi dico fra me, poi scopro che non è altro che il fratello di "Thomas Mann".
Anche lui a quanto pare era uno scrittore, ma non ebbe lo stesso successo di Thomas,forse la solita disgrazia dei fratelli e sorelle di scrittori, in cui c'è sempre quello che prevale per fama e successo e l'altro resta al buio.
E' il caso delle sorelle Bronte, in cui prevale Emily Bronte con "Cime tempestose" e "Jane Eyre"di Charlotte Bronte, e la sorella Anne Beronte con "Agnes Grey" non resta che la brutta copia di Jane Eyre.
Intuendo questa situazione, il libro non poteva che parlare del senso di inettitudine e inadeguatezza, tema ricorrente nel romanzo, che secondo me resta un tema a tratti autobiografici, anche per il senso di rivalsa e di competizione che il professore Raat nutre nei confronti dei propri studenti, secondo me può essere metafora della rivalsa di Heinrich nei confronti del fratello Thomas.
Ovviamente appare evidente anche l'aspra critica alla rigidità e al proibizionismo della scuola tedesca in epoca guglielmina.
Non mi sorprende che il romanzo sia stato dimenticato e non sia stato ristampato, perchè tratta un tema forse troppo lontano dai giorni nostri, e poi appare pressapoco difficile rispecchiarsi nel personaggio antieroe del professore Raat che predica bene, ma primo o poi finisce per razzolare male, può a tratti far pena e suscitare compassione, per la sua misera e piccola esistenza, che cerca di ingigantire e rafforzare nutrendosi di etica e moralità smisurata, che scade nel bigottismo e perbenismo forzato,e alla fine si perde, non trovando più appigli alla quale appigliarsi. Ma nonostante la pena, la compassione, non si simpatizza per questo personaggio, ed è evidente che l'intenzione fosse quella di provare disprezzo e ripugnanza per quella rigidità borghese e tipicamente tedesca, che Heinrich Mann disdegnava. E all' epoca poteva essere un libro particolarmente dibattuto e che suscitasse scalpore e scandalo, mentre adesso letto in questa epoca, perde quelle sua importante sfumatura di significato, tale da rendere la lettura noiosa e pedante tanto quanto il personaggio principale, però in un certo senso, da questo libro possiamo tracciare un pezzetto di storia, pur senza leggere libroni prolissi di storia,è questa forse la cosa affascinante dei classici, che anzichè leggere in linee generali, attraverso lunghe pagine di saggi di storia, possiamo immergerci in quella realtà, scoprire gli usi e i costumi di un'epoca in un determinato paese, pur senza esserci mai stati, pur non avendo vissuto quell'epoca e come ci riesce un classico, non ci riuscirà mai nessun altro saggio e tomo di storia!Quindi se vi interessa conoscere qualcosa del periodo guglielmino, questo può essere un ottimo libro. Quello che sicuramente ha calamitato poi la mia attenzione è la rappresentazione grottesca, esasperata e quasi tragicomica delle vicende che portano il professor Raat da essere l'uomo virtuoso rigido e moralista,all'uomo rivoltoso e vizioso, caduto vittima di un amore miserabile quanto la sua infida esistenza.
venerdì 8 settembre 2017
Ma gli androidi sognano pecore elettriche? (Blade Runner) di Philip K. Dick.
Questo è uno dei casi in cui il film diventa più famoso del libro stesso, fino al punto da annientarlo completamente, ovviamente non per qualità, ma per maggiore clamore hollywoodiano.
Io non sapevo affatto che di Blade Runner esistesse il libro, poi non mi ero mai interessata affatto alla questione, dato che non è proprio uno di quei film/libri che toccano il mio interesse, perchè si tratta di scifi/fantascienza, genere che non mi appartiene affatto, eppure dopo mille insistenze esterne, mi convinco a provare a vedere il film.
Inutile dire che mi sono letteralmente addormentata, ancor prima che l'androide avesse cominciato a dire la tanto abusata frase cult "Ho visto cose che voi uomini non potete nemmeno immaginare...". Alla fine tento il colpo gobbo con il libro,ed ecco che lì si apre uno spiraglio di speranza o e scopro che il libro non ha minimamente niente a che spartire con il film.
La frase cult "Ho visto cose che voi uomini non potete immaginare ecc...ecc..." non esiste nel libro, è stata a quanto pare una presa di iniziativa dell'attore Hollywoodiano, che per quanto cerchi di ricalcare il significato del libro, non risulta sufficiente, anzi lo snatura completamente.
Poi la "love story" tra il protagonista poliziotto e l'androide, bè anche quello fa perdere di vista il reale senso del romanzo.
Nel film c'è un innamoramento reciproco, nel romanzo non è affatto così, sopratutto perchè il poliziotto è sposato, e per lui resta solo un'avventura occasionale quella con l'androide, solo una questione di sesso.
Questo era un concetto chiave del romanzo, di un paradosso, nella quale in un mondo futuro tutto funziona all'inverso, all' incontrario, è l'uomo a perdere la propria umanità, mentre l'androide invece si avvicina sempre più a diventare sempre più umano e a provare dei sentimenti.
Infatti è proprio l'androide femmina ad innamorarsi di lui, ma lui non la ricambia affatto.
Ma molto probabilmente il cinema americano, voleva un lieto fine, e un protagonista meno antieroe, e quindi hanno voluto addolcire la pillola annullando la moglie e aggiungendoci una love Story emozionante e struggente, che rendesse la visione più accattivante alla massa.
Ovviamente oltre a questo, il film si rivela essere piacevole e coinvolgente per la visione futuristica del romanzo, che appare in certi casi,attendibile e azzeccata, per molte invenzioni e idee.
Philip K Dick ci appare per certi versi come un veggente, un indovino, che sa già cosa accadrà nel futuro.
Devo però ammettere che il libro, per quanto riguarda introspezione psicologica dei personaggi e le riflessioni esistenziali, è molto più soddisfacente ed esaustivo del film, però per quanto riguarda la rappresentazione visiva di quella realtà fisica, di un ambiente cupo, inquinato e putrido, è riuscito molto di più nel film. Le immagini, le scene in questo caso, hanno quella caratteristica di immediatezza e forza maggiore rispetto a quella carente del libro, poiché si tratta di un romanzo che si sofferma molto più sull' analisi psicologica e riflessiva, che sulle descrizioni dell' ambiente nella quale i personaggi si muovono e se da una parte è una buona cosa, perché si rivela in questo senso essere un romanzo interessante e originale, che non annoia perché non è affatto descrittivo , dall' altra però rappresenta una lacuna che è stata colmata con il film. La pecca è che il film non è lineare affatto con la trama del libro,e a parte le ambientazioni ben fatte, si rivela essere una noia mortale, mentre appunto il libro offre tanti spunti di riflessione interessanti sull' esistenza umana,che appunto nel film sono stati tralasciati per far posto ad una storia d'amore mai esistita.
Io non sapevo affatto che di Blade Runner esistesse il libro, poi non mi ero mai interessata affatto alla questione, dato che non è proprio uno di quei film/libri che toccano il mio interesse, perchè si tratta di scifi/fantascienza, genere che non mi appartiene affatto, eppure dopo mille insistenze esterne, mi convinco a provare a vedere il film.
Inutile dire che mi sono letteralmente addormentata, ancor prima che l'androide avesse cominciato a dire la tanto abusata frase cult "Ho visto cose che voi uomini non potete nemmeno immaginare...". Alla fine tento il colpo gobbo con il libro,ed ecco che lì si apre uno spiraglio di speranza o e scopro che il libro non ha minimamente niente a che spartire con il film.
La frase cult "Ho visto cose che voi uomini non potete immaginare ecc...ecc..." non esiste nel libro, è stata a quanto pare una presa di iniziativa dell'attore Hollywoodiano, che per quanto cerchi di ricalcare il significato del libro, non risulta sufficiente, anzi lo snatura completamente.
Poi la "love story" tra il protagonista poliziotto e l'androide, bè anche quello fa perdere di vista il reale senso del romanzo.
Nel film c'è un innamoramento reciproco, nel romanzo non è affatto così, sopratutto perchè il poliziotto è sposato, e per lui resta solo un'avventura occasionale quella con l'androide, solo una questione di sesso.
Questo era un concetto chiave del romanzo, di un paradosso, nella quale in un mondo futuro tutto funziona all'inverso, all' incontrario, è l'uomo a perdere la propria umanità, mentre l'androide invece si avvicina sempre più a diventare sempre più umano e a provare dei sentimenti.
Infatti è proprio l'androide femmina ad innamorarsi di lui, ma lui non la ricambia affatto.
Ma molto probabilmente il cinema americano, voleva un lieto fine, e un protagonista meno antieroe, e quindi hanno voluto addolcire la pillola annullando la moglie e aggiungendoci una love Story emozionante e struggente, che rendesse la visione più accattivante alla massa.
Ovviamente oltre a questo, il film si rivela essere piacevole e coinvolgente per la visione futuristica del romanzo, che appare in certi casi,attendibile e azzeccata, per molte invenzioni e idee.
Philip K Dick ci appare per certi versi come un veggente, un indovino, che sa già cosa accadrà nel futuro.
Devo però ammettere che il libro, per quanto riguarda introspezione psicologica dei personaggi e le riflessioni esistenziali, è molto più soddisfacente ed esaustivo del film, però per quanto riguarda la rappresentazione visiva di quella realtà fisica, di un ambiente cupo, inquinato e putrido, è riuscito molto di più nel film. Le immagini, le scene in questo caso, hanno quella caratteristica di immediatezza e forza maggiore rispetto a quella carente del libro, poiché si tratta di un romanzo che si sofferma molto più sull' analisi psicologica e riflessiva, che sulle descrizioni dell' ambiente nella quale i personaggi si muovono e se da una parte è una buona cosa, perché si rivela in questo senso essere un romanzo interessante e originale, che non annoia perché non è affatto descrittivo , dall' altra però rappresenta una lacuna che è stata colmata con il film. La pecca è che il film non è lineare affatto con la trama del libro,e a parte le ambientazioni ben fatte, si rivela essere una noia mortale, mentre appunto il libro offre tanti spunti di riflessione interessanti sull' esistenza umana,che appunto nel film sono stati tralasciati per far posto ad una storia d'amore mai esistita.
giovedì 7 settembre 2017
"Il bacio più breve della storia" di Mathias Malzieu
Il titolo di questo libro, mi ha subito colpito.
Un titolo semplice, ma efficace, che dà l'idea di un amore fugace, ma allo stesso tempo intenso e indimenticabile.
Motivo per cui non potevo far a meno di leggerlo, poi avevo già letto e recensito in precedenza "la meccanica del cuore" dello stesso autore e mi era piaciuto moltissimo, quindi eccomi qua.
La storia è carina e piacevole, con uno stile linguistico particolare, tuttavia fluido e semplice.
Poi l'idea di questa ragazza misteriosa, che sparisce non appena viene baciata, mi aveva incuriosito.
Mi piaceva questa rappresentazione particolare di timidezza e introversione,forse perchè mi riesco anche a rispecchiare in un certo senso nella ragazza invisibile, però nonostante questo, mi trovo a dover riconoscere che la storia perde un po' quel suo sprint iniziale, finendo per scadere nella banalità. Motivo per cui arrivata ad un certo punto, ho faticato a voler proseguire la lettura, mi è parso carente di quelle atmosfere gotiche alla Tim Burton che si respiravano nella "Meccanica del cuore".
E' proprio il caso della maledizione del primo libro, nessun altro libro scritto da Mathias Malzieu forse equiparerà o riuscirà a reggere il confronto con "la meccanica del cuore", purtroppo il confronto appare inevitabile, e questo libro non riesce a reggerlo, non è riuscito a coinvolgermi allo stesso modo, sembrava in un certo senso che il finale fosse alquanto prevedibile e privo di sorprese, però nonostante tutto, non mi sento di dire che sia un libro proprio brutto, direi più che altro, che è un libro carino senza troppe pretese, solamente mi sarei aspettata qualcosa di più dopo "la meccanica del cuore", ma chissà forse gli darò una seconda chance leggendo "L'uomo delle nuvole" dello stesso autore, nella speranza che riprenda ad essere più accattivante, richiamando quelle atmosfere di favola gotica e cupa che tanto mi piacevano nella "Meccanica del cuore".
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