mercoledì 14 febbraio 2018

Speak le parole non dette

Volevo scrivere da tanto la recensione di questo libro, ma tra i tanti impegni poi non sono mai riuscita. Ci promettiamo sempre di fare delle cose, che poi puntualmente non facciamo, anche cose che ci farebbero star meglio. Questa frase coglie la vera essenza del libro, ci sono tante scomode e fastidiose  verità che quando si hanno 17 anni si vorrebbero gridare, dire, ma non le dici, le trattieni, preferisci che ti uccidano piuttosto che rivelarle agli altri. Leggendo questo libro, ripensavo all' adolescenza e alle sue insidie, questo libro le rivela tutte. C'è sempre quel ragazzo che approfitta dell' inesperienza e innocenza di una ragazza, c'è sempre il bulletto di turno, peccato che non è quasi mai uno, ma una cerchia molto ampia.
Quello che mi ha colpito più di tutto è che nonostante il libro sia drammatico si respiri anche quell' ironia e quel sarcasmo da "giovane Holden" di Salinger, in cui si evidenzia questa forte critica alla scuola americana così giocata sulla competitività e sull'apparenza. 
La protagonista vorrebbe parlare spiegare perché quel giorno alla festa chiamò la polizia, ma la bocca le resta sigillata.
Questo discorso del dire e non voler dire, mi fa pensare a tutte le cose che non sono mai riuscita a dire è che continuo a non riuscire a comunicare sia con il corpo che con la bocca.
Tante, troppe, innumerevoli.
La cosa curiosa è che la gente crede che le persone silenziose non abbiano niente da dire, mentre il problema principale è che ne abbiano troppe, e abbiamo paura di dirle alla persona sbagliata. Questo libro svela anche questa verità. Ovviamente i genitori sono sempre troppo indaffarati o presi da altro per accorgersi dei problemi dei figli. Nessuno si accorge mai di nulla, il dolore è muto, ma perforante e da lettrice mi sono irritata per l' atteggiamento dei genitori totalmente assenti,questo è il l riflesso di una realtà fredda, ceca e cruda. Quando bisogna  davvero esserci, non ci si è mai.

venerdì 9 febbraio 2018

Doll bones di Holly Black

Un libro che lessi un bel po' di tempo fa, nonostante non abbia un ricordo fresco del libro, ho dei frammentari ricordi e ritenevo che fosse un libro degno di ricevere una recensione seppur tardiva e frammentaria.
Sicuramente è uno di quei libri da fiaba gotica, indirizzata ad un pubblico dai 12 anni in poi. Continuo a chiedermi perché quand'ero piccola libri del genere non esistessero, mi dovevo accontentare di quegli orrendi libri della biblioteca della scuola in cui c'era "detective in gonnella"  e altri libri osceni di bambini che si improvvisavano detective o altre letture banali e sciocche. Inutile dire che stavo antipatica alla bibliotecaria, davo l'aria di una bambina che se la tirava, dato che non volevo leggere libri così stupidi.
Chiudendo questa parentesi,  posso dire che un libro del genere sicuramente mi avrebbe entusiasmato tantissimo e magari avrebbe anche entusiasmato chi alla lettura a malapena ci si avvicinava.
Nel retro copertina c'è scritto " un libro perfetto per i giovani lettori: una storia profonda, bizzarra e avvincente, che a volte intenerisce e a volte strazia".
Non posso fare a meno di essere d'accordo con il New York Times.
Certo, io nutrivo aspettative molto più alte, ma molto probabilmente perché non ho 12 anni, sicuramente se lo avessi letto a quell'età lo avrei di gran lunga apprezzato di più.
La storia ruota attorno a Zach e alle sue migliori amiche:Alice e Poppy che giocano spesso al gioco del regno immaginario in cui governa un' enigmatica regina, una bambola di porcellana. Ma un giorno il padre di Zach intima il figlio di crescere e di incominciare ad interessarsi a cose "da grandi". Il mondo di Zach sembra andare in frantumi, fino a che la Regina non compare in sogno a Poppy, rivelandole di essere stata una bambina in carne ed ossa di nome Eleonor, le cui ceneri si trovano all'interno della bambola.  Eleonor non avrà pace finché  non sarà seppellita nella sua tomba, in una lontana cittadina dall'altra parte degli Stati Uniti.
I tre ragazzi partono nel cuore della notte, dormendo sotto le stelle, accampati nei cimiteri, incontrando bizzarri personaggi che parlano alla bambola scambiandola per una bambina vera, in un viaggio che cambierà per sempre le loro esistenze.
Non è solo un libro fantasy, ma è uno di quelle storie psicologiche che tratta del processo di crescita e formazione di questi bambini, che si trovano costretti ad affacciarsi con il mondo adulto.
Bambini che hanno  paura di  crescere, e non vogliono farlo, ma alla fine scoprono che crescere non significa necessariamente abbandonare tutti i loro giochi.  Altre tematiche vincenti sono l' amicizia e l'amore trattate in modo tanto delicato e fanciullesco.
La penna di Holly Black è morbida, tenera, ma anche gotica e cupa, perché non bisogna negare ai bambini che i mostri esistano, ma che esistano dei modi per sconfiggerli. Scorrevole, piacevole e avventuroso quanto basta per la fascia d'età indicata, forse però non per tutti i bambini, forse per quelli più coraggiosi. Va anche detto che la nuova generazione di bambini è abituata a vedere sangue e morti a palate, e questa storia credo sia stata adattata per loro. Storia alla "Neil Gaiman" ma dai toni volutamente più infantili.




domenica 4 febbraio 2018

L'uomo che credeva di essere sé stesso di David Ambrose

Un libro che presi alla biblioteca privata itinerante a Palermo, del caro signor Tramonte. Come anche "Lasciami entrare" e moltissimi altri che recensisco, ma questo libro a differenza degli altri si rivela essere una vera sorpresa. Lo presi attirat
a dal titolo così introspettivo "L'uomo che credeva di essere sé stesso", ma ero certa che non sarebbe stata una lettura semplice: Uno di quei libri dai forti richiami alla fantascienza che mi avrebbe di sicuro annoiato, invece mi sono ricreduta, non è una lettura affatto pesante e spiacevole.
É un libro abbastanza scorrevole e intrigante. La vicenda è incentrata su un  uomo di nome Richard, che a seguito di un incidente con la macchina, si trova stranamente catapultato in una vita diversa dalla propria, nella quale non ha nessun figlio di nome "Charlie".
E da qui, la sua vita si disgrega in due realtà parallele, in due personalità differenti : "Quella di Richard e di Rick" . Un mondo in cui lui e la moglie Anne sono una famiglia felice e affiatata, con un figlio di nome Charlie, e in un altro invece non hanno nessun figlio e sono insoddisfatti, nella quale si scopre che la sua Anne lo tradisce con il suo caro amico avvocato "Harold". Il tradimento della moglie con l'amico è stata la parte più scontata e fastidiosa del romanzo, ma se in un primo momento, mi sono presa del tempo per accettare questa scelta così banale e prevedibile dell' autore, andando avanti ho trovato il senso di questa scelta scialba e frettolosa dell' autore.
Sicuramente, non voleva essere il tradimento il colpo di scena, ma tutto quello che succederà in seguito a causa di esso.
Il romanzo, successivamente, procede sottoforma di giallo e mistero, si scorrono le pagine per capire cosa sia realmente successo a quest'uomo, se è pazzo o se è veritiera l'ipotesi dei mondi paralleli. 
Personalmente, non sono un'esperta di fisica quantistica, magari un fisico leggendo un romanzo del genere, storcerebbe il naso e analizzando altre recensioni in merito, anche gli appassionati di fantascienza potrebbero non ritenersi sufficientemente soddisfatti da un romanzo del genere.
Da persona non esperta di fisica, dico che è stato un romanzo piacevole, un pretesto per  scoprire e capire in maniera semplice ed elementare, la teoria di Hugh Everett sui mondi paralleli.
Inoltre è un romanzo che offre tantissimi spunti di riflessione, specie nella parte centrale del romanzo, mette in dubbio molte delle nostre certezze, facendoci riflettere sul fatto che il nostro "io" è determinato da eventi, azioni e scelte.
Chissà forse in un mondo parallelo "sono ricca" o "laureata", e conduco una vita migliore o "faccio la barbona", è stato un po' quello che mi sono divertita ad immaginare, tante diverse sfaccettature di me stessa, in tanti mondi paralleli.
Ritengo per questa ragione, che sia un libro che valga la pena leggere una volta nella vita, è un libro che non dà risposte, ma che offre tanti punti interrogativi e spunti di riflessione.
Certamente la parte finale, mi è parsa parecchio confusionaria e dispersiva, e a tratti deludente, però in compenso ritengo che un libro del genere non potesse essere terminato in altro modo.
Forse non potrà competere con "Philip K Dick" il maestro per eccellenza della fantascienza psicologica, come hanno sostenuto molti, ma secondo me, merita di essere letto e preso in considerazione almeno una volta nella vita.

domenica 21 gennaio 2018

Leggere "il cappotto" e "il naso" di Gogol

Da uno scrittore russo, mi aspettavo di più, mi tocca ammettere!  Ma dopotutto si sa che nei racconti, le narrazioni sono necessariamente esemplificative per via della brevità che lì caratterizza. Continuo a pensare, che del resto scrivere un racconto sia persino più difficile di scrivere un intero romanzo, perché bisogna saper trovare le parole giuste e  adeguate per non tralasciare nulla. Riconosco che Gogol, non delude per quanto i racconti mi lascino quasi spesso insoddisfatta, perché io amo perdermi  nei dettagli. Mi piacciono le storie in cui i personaggi sono ampiamente descritti a livello psicologico, da riuscire a immedesimarmi in loro, e che siano così ben costruiti ad hoc da sembrare veri, quasi come se potessero uscire fuori dal libro.  Nel cappotto, il protagonista è un personaggio penoso, da compatire, che infastidisce il lettore per il suo modo di vivere così insulso e banale. Ma in fondo, riflette un aspetto realistico, quello di diventare così piacevolmente schiavi del lavoro, da non sviluppare nessun altro tipo di attitudine. Inoltre, un altro aspetto su cui riflettevo era il suo accontentarsi, non aspirava a nulla, nessun obbiettivo da raggiungere, nessuna aspirazione e aspettativa futura.
Ma a causa del freddo pietroburghese, si trova a costretto a buttare il suo cappotto rattoppato, definito in senso dispregiativo  "vestaglia".
È  costretto a comprarsi un cappotto nuovo,ma non ne ha le possibilità economiche, i cappotti costano troppo.
E da qui che inizia a diventare grottesco e inverosimile,  dato che il cappotto nuovo, diventa la sua ossessione. Probabilmente l'unico obbiettivo che si sia mai predisposto a realizzare in tutta la sua vita.
In fin dei conti mi è piaciuto molto, mi ha dato tanti spunti di riflessione, nonostante prediliga i romanzi ai racconti.
Riguardo "il naso",come racconto, mi ha convinto molto meno, mi è sembrato più che grottesco,  nonsense, dato che il naso sparisce e ricompare  dalla faccia del protagonista,senza una spiegazione plausibile.

sabato 13 gennaio 2018

Momo di Micheal Ende

Questo scrittore tedesco è noto per l'altisonante titolo "La storia infinita", che a me non ha mai detto niente, preferisco di gran lunga la meno celebrata storia di "Momo", secondo me più carica di significato.
Momo  viene presentata a prima vista come la solita storia di una bambina orfanella, che riesce a farsi tanti amici, che è buona ed ascolta sempre tutti, ma  nel corso del romanzo accade qualcosa di molto interessante, arrivano dei signori grigi in giacca e cravatta che rubano il tempo alle persone.
Improvvisamente, tutti sono ossessionati dall'idea di andare alla banca di risparmio del tempo, tutti che cercano ad ogni costo di risparmiare il loro tempo, e cercano di fare tutto con il minor dispendio di tempo, ma a risentirne è la qualità del lavoro svolto, e la gente non trova più il tempo per rilassarsi e svagarsi, sono sempre tutti di corsa.
Si crea un mondo grigio e morto,  che va di corsa, e le persone si comportano come delle macchine che non trovano neanche il tempo per provare sentimenti, dato che anche quello viene ritenuto uno spreco di tempo.
Un libro che  banalmente viene ritenuto per bambini, ma che non lo è.
Aiuta certamente a capire il mondo dei bambini, poichè sono proprio i bambini gli unici a non sottomettersi al volere dei signori grigi, dato che i bambini non si curano del tempo, i bambini fanno tutto calma, e sono quindi i bambini padroni indiscussi del tempo.
Ma allo stesso tempo questo libro, oltre a vederlo sotto un aspetto per così dire pedagogico, secondo me è lungimirante e premonitore di una realtà odierna, nella quale purtroppo conta l'efficienza, la velocità, la dinamicità, rispetto alla qualità effettiva di quel che si fa.
Anche i bambini alle primarie spesso studiano un minestrone di cose, e devono subito riuscire a leggere testi lunghissimi, e fare i calcoli senza usar le dita, perchè devono riuscire a far tutto nel minor tempo possibile, se è possibile non devono neanche pensare al numero nella sua concretezza, devono fare tutto a mente come delle macchine, perchè così fanno il prima possibile, ma  alla fine quei numeri restano dei concetti così astratti e sfuggenti, da non riuscire a calcolarli.
E poi ci sorprendiamo, del fatto che tanti bambini non riescano a star al passo, e che ultimamente la percentuale di bambini con disturbi di apprendimento si è notevolmente alzata?!
L'ansia e la frustrazione di questi bambini, alla quale viene richiesto di accorciare i tempi, di seguire le lancette dell'orologio,  riducendo l'apprendimento un concentrato di nozioni buttate così a caso, e rendendo la scoperta del mondo qualcosa di dato per scontato, in un'età in cui non dovrebbe esserlo.
Riflessioni a parte, che faccio anche un po' in base al vissuto nelle scuole italiane, in cui sto notando questi aspetti negativi. Il libro in un modo o nell'altro ci fa riflettere sull'importanza del tempo, e di quanto spesso questo tempo ci venga ingiustamente sottratto, e non ne siamo pienamente padroni come vorremmo, come lo sono i bambini o meglio come dovrebbero esserlo, dato che si tende a voler forzare persino i bambini a farli rientrare in questo sistema distorto e malato. Bambini che non vogliono perder tempo a giocare o a fare i laboratori, perchè è più importante riuscire a finire i compiti nel più breve tempo possibile. Nel libro di Ende, questo non succede i bambini non si sottomettono, ma nella realtà  ahimè i signori grigi spesso vincono, a discapito di tutto.










Lasciami entrare di John ajvide Lindqvist

Preciso che non sono un'amante dei gialli, dei thriller nè degli horror, quindi questo romanzo mi ha piacevolmente stupito, anche perchè non  corrisponde al solito schema predisposto da questi generi, ma è molto di più.
Difficile trovare la definizione giusta del genere di questo romanzo, qualsiasi genere sarebbe riduttivo , svilente e dissonante.

L'autore condensa tanti generi diversi, dal giallo, thriller,  horror introspettivo-psicologico, a tratti anche romantico e drammatico.


Ammetto, di non averlo preso a caso, avevo visto inizialmente visto il film e mi era particolarmente piaciuto, poi ho scoperto che era tratto da un libro, così mi sono ritrovata con il libro tra le mani.

La storia del romanzo,  ovviamente, si presenta molto più che soddisfacente rispetto al libro, se non per il finale, nella quale ho voluto completarlo, rievocando alla memoria quella del film, che mi era piaciuta molto di più e parsa più completa e sensata.

Partendo dalla trama, la storia è ambientata a Stoccolma, nel quartiere di Blackeberg,  in cui vive  un bambino di 12 anni , Oskar,  che è vittima di bullismo a scuola, e un giorno fa la strana e insolita conoscenza di una  misteriosa bambina di nome Eli, che si scoprirà successivamente  essere un vampiro,ma non lasciatevi ingannare, non ha niente a che vedere con le solite storielle d'amore melense alla Twilight o robe del genere.
Qui si tratta di una vampira vera, alla Bram Stoker, che smembra e uccide le persone, insomma niente vampira vegana per John ajvide Lindqvist.
Niente personaggi eccessivamente perbenisti, da apparire fasulli, ma dei ritratti crudi e per certi versi realistici. Oltre ai personaggi principali, ne vengono presentati tantissimi altri nell'arco della storia,  e molti di questi,  sono personaggi  sordidi, che mostrano una realtà agghiacciante, graffiante  e spaventosa,  evidenziando che  Eli il vampiro non è il problema principale, in una realtà fredda, contaminata dalla violenza, pedofilia,droga e chi più ne ha più ne metta.  Fortemente significativa,   in questo senso appare la frase di Eli " Io uccido perchè ne ho bisogno per sopravvivere", evidenziando che la natura umana, spesso commetta crimini,  per un piacere perverso.
Il titolo è ulteriormente emblematico, richiamando l'attenzione sul fatto che Eli ha bisogno che Oskar la inviti per entrare a casa sua, ma oltre a questo il titolo offre spunti di riflessione, sulle persone che spesso si lasciano entrare nella nostra vita, e nella quale spesso non siamo consapevoli se possano farci del bene o del male.
Spesso non lo sappiamo, e possiamo solo limitarci a farle entrare, senza saperne le eventuali conseguenze.
Ho trovato anche interessante, la precisione dello scrittore nel descrivere con estrema accuratezza tutti gli ambienti e le zone della Svezia, mi ha proprio fatto venire voglia di andarci, poi ho scoperto che la scuola in cui va Oskar esiste veramente,  e che lo scrittore ha vissuto proprio nel quartiere di Blackeberg, nella quale ha ambientato la storia. Un'altra cosa curiosa, che mi ha anche fatto leggermente sorridere, è che lo scrittore in precedenza faceva il cabarettista, e infatti si possono ben notare  delle battute e sfumature sarcastiche e ironiche giunti a metà del romanzo. Si nota anche una buona conoscenza dello scrittore, che fa tantissimi richiami ad altri romanzi, poesie e fiabe della tradizione svedese, insomma un libro che permette anche di farsi una buona cultura sulla Svezia.
E' un romanzo sorprendentemente bello, che intriga fino all'ultima pagina e che lascia con il fiato sospeso, anche se il finale, ribadisco, quello del film mi è parso più efficace ed esaustivo.
Per il resto è una lettura che merita, e mi dispiace tanto che sia un libro così poco nominato e conosciuto, perchè è un romanzo che offre una perfetta analisi psicologica dei personaggi e tanti spunti interessanti di riflessione, oltre che un' atmosfera  fredda, cupa e di suspence.








Il paese delle nevi di Yasunari Kawabata

Questo romanzo narra lo struggente incontro amoroso tra Komako, una geisha e il protagonista Shimamura. Il titolo è molto emblematico, si riferisce al luogo in cui lavora la geisha Komako, paradiso termale, dove la neve è alta quindici piedi, ma allo stesso tempo il titolo richiama la malinconia dei due protagonisti, che pur amandosi, non riescono mai a dirselo. E’ un romanzo di efficace impatto emotivo, è nostalgico e malinconico, e si evidenzia la maestria dello scrittore nella descrizione di queste emozioni, così tanto da farci credere che i personaggi siano quasi reali, o comunque da farci immedesimare nelle loro inquietudini e tormenti, pur mantenendo un certo distacco.
I Sentimenti dei protagonisti sono candidi e delicati come neve, ma allo stesso tempo freddi, silenziosi, distaccati, nostalgici e incolori come la neve.
Non è un romanzo per tutti, per chi vuole una trama lineare e sensata, ne rimarrà deluso, dato che i fini del libro non è quello di giungere ad una conclusione diretta della storia, ma semplicemente quello di dare massima espressività a quel sentimento chiamato languore, e in questo senso è molto evocativo anche negli scenari, questa insistente ed efficace immagine delle neve, sta a voler rappresentare i sentimenti stessi dei protagonisti, e  Kawabata riesce bene nell’intento, ci trasporta nel paese delle nevi, in cui sentiamo freddo, e quella neve bianca finisce per gelarci il cuore, come fa con i protagonisti.
Io direi che è un libro particolarmente invernale e suggestivo, da leggere però sdraiati a letto sotto il caldo piumone, e preferibilmente con una bella cioccolata bollente, farlo con il freddo del treno, con la neve che si vede dai finestrini, certo era molto evocativo ed efficace, dato che anche il romanzo inizia con una scena simile, però appunto forse troppa immedesimazione, mi ha anche agevolato l’influenza!
Detto questo, giungo alla conclusione che è uno di quei romanzi di difficile apprezzamento e comprensione per un occidentale, perché si respira quella distinta sensibilità e delicatezza giapponese, che difficilmente noi occidentali potremo capire.
Sono infatti certa di non aver colto pienamente tutte le sfumature significative del romanzo.
Ammetto di aver storto gli occhi, dinnanzi a un finale per nulla soddisfacente.
Mi ha lasciato un po’ con l’amaro in bocca, ma credo che questo fosse nell’intento stesso di Kawabata, lasciare per così dire il lettore in sospeso, con un finale aperto, dato che non era quello l’aspetto focalizzant

e del romanzo, sulla quale volgere lo sguardo.
Ma nonostante tutto, non posso far a meno di riconoscere la bravura e la maestria di Kawabata nel catapultare il lettore nel paese delle nevi, con descrizioni molto evocative ed espressive.

Rimango dell’idea che valga la pena leggerlo, almeno una volta nella vita, nonostante sia un libro a tratti incomprensibile e sfuggente, resta un romanzo che lascia il segno a livello emozionale e riflessivo. Dopotutto non a caso , Kawabata è stato il primo giapponese a vincere il premio Nobel per la letteratura nel 1968.

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